Benvenuti in Riflessi d'arte... un luogo in cui leggere e scrivere di arte. Un mondo fatto di sogni concreti ed appassionati. Alcuni dei miei pensieri sui miei artisti preferiti, recensioni di film e libri, riflessioni sul mondo dell'arte... Dal cinema, alla televisione, alla pittura, sino al teatro... Cerchiamo la cultura laddove essa esiste, facciamola emergere e viviamo con lei le emozioni che brama regalarci.

mercoledì 15 agosto 2007

Voce del verbo amore

Giorgio Pasotti e Stefania Rocca sono sicuramente dei bravi attori. Ricordarli in film quali Dopo mezzanotte, L’ultimo bacio e La bestia nel cuore è sempre piacevole. Poi arriva Voce del verbo amore: una catastrofe. Il film non racconta nulla, non perché non ne abbia le intenzioni, ma semplicemente perché non ci riesce. Una storia banale, scritta male, interpretata e diretta ancora peggio.
Francesca (Rocca) e Ugo (Pasotti) sono sposati da dieci anni, vivono a Roma ed anno due figli. La vicenda inizia quando i due decidono di separarsi di comune accordo, in armonia, per il bene dei bambini. Dopo la separazione continuano a sentirsi molto spesso a causa dei piccoli, che sono rimasti a vivere con la madre. Ugo comincia una storia con Matilda, una ragazza carina ed estroversa che sostiene di essere molto “free”, mentre nella vita di Francesca torna Ernesto, un amore del passato. La gelosia la farà da padrona, ovviamente.
La storia è questa, niente di più. Uno spaccato di crisi coniugale che tenta di essere realistico ma finisce col diventare ridicolo (per non dire patetico). Non c’è niente di vero e realistico nei personaggi, che tra l’altro sono caratterizzati tutti allo stesso identico modo (isterici in crisi, del tutto incapaci di educare se stessi, figurarsi i propri figli) ed i continui tentativi di far sorridere falliscono miseramente.
Una sceneggiatura improbabile e molto spesso fuori luogo propone dialoghi farseschi e imbarazzanti. La regia è del tutto invisibile e la storia “fresca” che Andrea Manni (il regista) vuole proporre in realtà non esiste.
Più che l’idea, a mio parere discutibile, di voler realizzare un film su un argomento tanto comune e privo di originalità, da bocciare è l’opera in sé. Insignificante non solo per la storia che narra, ma per il modo in cui decide di farlo.
I protagonisti sono delle vere e proprie marionette i cui fili vengono mossi grezzamente da un regista che, con molta probabilità, chiedeva espressioni marcate e movenze quasi isteriche ai suoi attori. I personaggi finiscono con l’essere le caricature di loro stessi, imbarazzanti nel vero senso della parola.
Il finale lo si intuisce dopo un paio di minuti passati i titoli di testa ed i “colpi di scena” sembrano messi lì a caso, giusto per non far annoiare lo spettatore (ennesimo tentativo fallito). Tante piccole parentesi si aprono e si richiudono in fretta, senza un reale motivo. Tutte le cose che succedono nel film non hanno in realtà motivo di accadere, un cane che continua a mordersi la coda perché non ha idea di cosa altro potrebbe fare.
Un film fastidioso ed irritante, inutile, oserei dire.

regia: Andrea Manni; 2007

giovedì 19 luglio 2007

Il Grande Capo

Una voce off inizia a raccontare. È la storia narrata con note di ironia e comicità controllata ad incuriosire lo spettatore. Un regista che racconta di essere un regista; una messa in scena che si presenta appunto come tale. Lars Von Trier ci dice che quello che stiamo per vedere è un film, o meglio, una commedia. Non bisogna aspettarsi grandi retoriche o geniali colpi di scena: è una commedia che vuol far divertire, non certo riflettere.

Il regista si prende in giro e, cosa non certo da poco, sottovaluta il suo film, pur sapendo quale spessore in realtà abbia. Ragionamento che pochi autori possono permettersi di compiere, e Von Trier è sicuramente uno di questi.

Un attore mediocre, Kristoffer (Jens Albinus), viene ingaggiato per un lavoro che di certo ha del particolare: è il grande capo di una importante azienda, e deve discutere con qualcuno di un affare importante. Ovviamente colui che lo ha ingaggiato vuole assolutamente che lui si affidi totalmente al copione, evitando ogni tipo di improvvisazione. Un dialogo banale e semplice per chiunque, tranne che per Kristoffer, attore convinto di saperla lunga sulla recitazione, ma che in realtà va nel pallone ad ogni minimo intoppo.

Il “grande capo” deve farsi conoscere e prendersi ogni responsabilità per l’operato di qualcun altro: Ravn (Peter Gantzler), ufficialmente il tirapiedi del direttore-capo dell’azienda, in realtà il proprietario effettivo e l’unico in grado di prendere decisioni. Ravn si nasconde dietro il finto capo per sfruttare i suoi dipendenti, uno più fuori di testa dell’altro.
Kristoffer si cala nel personaggio, inizia a vivere nei suoi panni, ma non è d’accordo con la politica di defalcazione attuata da Ravn, sempre meno sensibile ai problemi dei dipendenti e sempre più interessato ai suoi profitti personali. I problemi iniziano proprio per questa serie di circostanze.

Impossibile negare l’intelligenza del film, completamente incentrato su tutto un insieme di problematiche morali legate non solo a questioni riguardanti un ambiente lavorativo non ostile, ma anche a quel difficile rapporto che ognuno di noi ha con la propria coscienza. Non sempre si è in grado di stabilire ciò che è giusto da ciò che non lo è, ed è così che tutto diventa relativo. Lars Von Trier ci permette di ridere su ogni cosa: la follia di un dipendente che prende a pugni il suo capo, la collega che piange ogni tre secondi, un suicidio col cavo della fotocopiatrice…

Una riflessione che nasce spontanea durante il percorso che i personaggi compiono nel film. Anche se ampio spazio viene lasciato alla simpatica ironia che l’autore mette in scena attraverso una continua allusione al mondo artificiale, contraddittorio ed equivoco del teatro (e, perché no, anche del cinema). Un attore completamente dedito agli insegnamenti virtuali di un esponente incompreso (chiaramente inventato dall’autore) del teatro moderno, Gambini, a cui continua ad ispirarsi, qualunque cosa debba fare.
L’ossessione di Kristoffer diventa in alcuni momenti esilarante, oserei dire disarmante. Un equivoco dopo l’altro, e tutto continua a complicarsi sempre di più, finché alla fine non si arriva alla soluzione. Più o meno discutibile.
È la macchina da presa che riprende il teatro e lo fa diventare cinema. Così come in Dogville ma in linee registiche e tematiche sicuramente diverse ed altre, l’autore ripropone un film che finisce con l’essere più che teatrale. Continui salti repentini da un’inquadratura all’altra, senza troppo preoccuparsi di raccordi di movimento, rendono il ritmo del film incalzante, nonostante questo proponga come unica (o quasi) ambientazione l’insieme di piccoli uffici dell’azienda.

regia: Lars Von Trier; 2006

sabato 23 giugno 2007

"Ma che dici? Pensi alla barba quando stanno per tagliarti la testa?!"

I sette samurai; Akira Kurosawa, 1954

lunedì 11 giugno 2007

La Passione di Cristo

C’è chi, in alcuni casi, non va oltre e decide di non guardare. C’è chi si ferma davanti ad uno schermo tappandosi occhi ed orecchie (mai la bocca…). C’è chi giudica senza aver visto e chi, dopo aver dato un’occhiata superficiale, grida all’oltraggio.

Tanta pubblicità mediatica per un film attesissimo che, qualche anno fa, fece scalpore. Qualcuno lo ama ma, soprattutto, qualcuno lo odia.

Certamente non più blasfemo di L’ultima tentazione di Cristo (Martin Scorsese, 1988) o dei numerosissimi film realizzati sul tema, La Passione di Cristo racconta le ultime dodici ore della vita di Gesù: le flagellazioni, le torture, la crocifissione. Il tutto intervallato da flashback relativamente brevi dei “bei tempi che furono”, quando Gesù godeva ancora della brama dei suoi discepoli.

Scompare finalmente quella sensazione del divino che abitava in Gesù di Nazareth (Franco Zeffirelli) o ne Il Messia (Roberto Rossellini). Entrambe opere sincretiche che narrano la vita di Cristo in toni biografici che mescolano umano e trascendentale.

Mel Gibson fa tutt’altro. Pur ispirandosi al Vangelo (e cercando di esservi il più fedele possibile), Gibson evita di dare giudizi, di emettere sentenze. Il racconto si svolge davanti alla macchina da presa proprio così come il regista suppone che sia avvenuto. Non c’è giudizio sul punto di vista (giusto o sbagliato) dell’autore: Cristo ha sofferto terribilmente dopo esser stato tradito da chi diceva di amarlo, questo è quanto.

E, a pensarci bene, non è ciò che prima o poi accade ad ognuno di noi?

La Passione di Cristo riflette su questa condizione dell’essere umano, vissuta in primis da Gesù Cristo e poi tramandata al mondo intero. Un concetto semplice (probabilmente banale) che spiega molte delle scelte stilistiche e tematiche prese da Mel Gibson.

Un film universale, recitato interamente in Latino ed Aramaico e sottotitolato per facilitarne la comprensione (grazie, Mel). Un cast particolare che si è rivelato eccezionale.

Una Monica Bellucci stranamente brava e commovente nei panni di Maria Maddalena; una Claudia Gerini niente male nel ruolo della moglie di Pilato; sorprende la scelta di inserire nel cast Sabrina Impacciatore, sempre più presente nel panorama cinematografico.

Incantevole l’interpretazione di James Caviezel, il Cristo scelto da Gibson. Seppur sostituito dalla controfigura Brandon Reininger nelle scene più audaci, Caviezel rende bene l’idea dell’atroce supplizio subito circa due millenni fa.

Un’immagine tanto inquietante quanto ambigua è quella del diavolo: una donna con la testa rasata, un manto nero che la avvolge completamente, occhi tanto chiari quasi da sembrare bianchi (le lenti a contatto fanno miracoli!). Rosalinda Celentano stringe tra le braccia un bambino mostruoso ed è l’incarnazione del male.

A La Passione di Cristo non manca davvero nulla per essere considerato un buon film. Recitazione ottima, una buona fotografia ed una regia interessante; nessun (pre)giudizio in fase di realizzazione e tanta voglia di raccontare. Un tema controverso, quello della morte di Cristo, determina in parte le sorti del film.

Si parla di blasfemia, di sfruttamento commerciale dell’immagine religiosa, di violenza gratuita.

Ma stiamo scherzando o cosa?!

Credete davvero che La Passione di Cristo sia più blasfemo di Jesus Christ Superstar?!
Siete realmente convinti che il film di Gibson sia l’unico a sfruttare un’immagine religiosa? Ammesso e non concesso che la promozione del film sia stata esageratamente pressante, non è forse accaduto lo stesso per L’esorcismo di Emily Rose, Stigmate e chi più ne ha più ne metta?

E ancora… La Passione di Cristo è un film violento? Eccome!

Non avrebbe potuto essere altrimenti. Le carni massacrate, il sangue che scorre sulla croce, il volto straziato, la cattiveria dell’uomo. Questa è la violenza che Gibson ci propone. Una violenza triste e tremendamente vera. Di sicuro non gratuita.

Non sarà semplicemente che si è ancora troppo legati al concetto di divino inspiegabile, temibile e quindi, per conseguenza diretta, irraccontabile?

regia: Mel Gibson; 2004

lunedì 28 maggio 2007

Disgustoso...

In Olanda la tv BNN in collaborazione con la casa di produzione Endemol lancia "Il grande donatore-show", una sorta di “Grande fratello” in cui una malata terminale deciderà a chi dare il suo organo.
Ragazzi... ma stiamo scherzando?! Difficile credere che si potesse scendere a livelli più bassi di quelli raggiunti fino a poco tempo fa, ma a quanto pare è possibile eccome. Ho sentito questa notizia al TG oggi... e mi ha sinceramente nauseata. Fare soldi e audience sulla malattia fa veramente schifo, non riesco a trovare un termine più calzante.
Sconcertante poi che qualcuno effettivamente partecipi a questa mise en scène dell'idiozia e dell'inumanità più concreta. Finché volete propinarmi a forza quei cretini di Amici che non fanno che litigare dalla mattina alla sera (tra l'altro dando un pessimo esempio ai giovani che li guardano inebetiti davanti allo schermo) o quel mercatino dell'usato che è diventato Uomini e donne ok, fate pure. Ma la malattia no, quella lasciatela stare. Finché volete dare un milione di euro a uno di quei dementi del Grande fratello (che nella vita sanno sculettare, dire parolacce e ruttare dopo pranzo, nient'altro) fate pure. Mi deprime altamente, e mi fa rabbia. Ma fate pure.
Ma la malattia no... Eh, no, quello proprio è troppo! Ma che razza di gente è quella che partorisce un'idea così malsana e disumana?! Completamente fuori controllo, la società inizia seriamente a fare schifo. Mi vergogno molto, davvero. Mi vergogno del mondo schifoso che continua a vomitare sulla gente; mi vergogno di viverci, in questo mondo. Scansarsi più in là serve ormai a nulla, ma fare qualcosa è impossibile. Finché i giovani (i futuri cittadini di questo mondo, che Dio ci salvi) continueranno ad essere tanto ebeti da non capire... allora ci sarà poco da fare. Se solo non fosse la maggioranza a contare...
Che schifo...

sabato 26 maggio 2007

Una mattina in piazza...

Quella mattina ero appena uscita dal pub dove lavoro. Era un’ora particolarmente tarda perché quella notte, allo Stepps, c’era stata una festa per i diciotto anni di mia cugina.
Mi era già capitato di passare per quella piazza, ma non avevo mai notato quanto fosse grande, dispersiva e triste. Forse perché non mi era mai capitato prima di attraversarla all’alba, quando le serrande degli alimentari si stanno alzando e gli uomini escono assonnati dalle loro case per andare a lavoro.

Non avevo voglia di tornare a casa, così mi sedetti sulla panchina più vicina. Chiusi un istante gli occhi, come per scacciare via la malinconia che quella triste atmosfera mi metteva addosso. Riaprendoli scorsi un uomo. Era ben vestito; portava un completo nero e, sulla camicia bianca, una cravatta rossa. La prima cosa che pensai fu “cielo, com’è vistosa quella cravatta!” e sorrisi canzonandolo. L’uomo si avvicinò e, guardandolo meglio, mi accorsi che aveva appena pianto. Aveva gli occhi arrossati e lucidi e le ciglia bagnate. Il suo sguardo era triste, fisso nel vuoto. Camminava senza sapere dove andasse. Mi sentii in colpa per il modo in cui lo avevo deriso e mi venne una gran voglia di parlargli.

Decisi di non dire nulla e lo guardai mentre si allontanava lentamente passandomi accanto.
L’alba incombeva sulla piazza illuminando la fontana zampillante al centro. Dietro una piccola edicola veniva aperta. Un ragazzo molto giovane aprì la serranda con molta forza, quasi non si fosse accorto che erano solo le cinque e trenta del mattino. Sistemò frettolosamente i pacchi di giornali ancora freschi di stampa, a terra. Lo osservavo sorridendo, quando fui attratta da una figura ben più particolare. Credevo di aver visto male, così allungai lo sguardo per esserne sicura.
Una bambina?! A quell’ora una bambina tutta sola?!
“Non è possibile!” pensai. Mi alzai di scatto e la raggiunsi. Era seduta in un angolo, accovacciata su sé stessa, e sembrava piangesse. Non potevo esserne certa perché i capelli lunghi e biondi, le coprivano il viso e parte del piccolo corpo.
“Cosa fai qui da sola, piccolina?” le chiesi, inginocchiandomi di fronte a lei, con un tono il più dolce possibile.

Alzò la testa e, con mio grande stupore, mi sorrise gentilmente e “Aspetto la mamma!”. Rimasi a bocca aperta nel vedere quel bel sorriso.
“Non posso credere che la tua mamma ti abbia lasciata qui da sola!”. Ero davvero incredula.
Per un attimo ci fu un silenzio totale. La piazza smise di vivere ed il sorriso sul volto di quella bella bambina si spense. I suoi occhi si fecero tristi. Doveva aver capito che ne ero dispiaciuta, ma mi sorrise di nuovo, a stento. Non sapevo proprio cosa dire e rimasi lì, immobile, senza parlare.

“Allontanati immediatamente da mia figlia!” mi urlò qualcuno. Mi voltai lentamente e la vidi. Una donna mi correva incontro. Pensai che volesse picchiarmi e mi spaventai. Ma non feci in tempo a scansarmi che la bambina bionda si mise tra me e la madre. Quest’ultima la guardò disapprovando, ma si calmò. Ebbi modo di osservarla meglio. Era vestita in modo molto vistoso ed i suoi occhi, truccati pesantemente, avevano un’aria colpevole.
“Non sai nulla di me e della mia vita. Vattene!” mi disse, scandendo ogni parola con molta calma e trattenendo il pianto.

Annuii lentamente e mi allontanai pensando che quella donna non avesse poi tutti i torti. Molte vite si intrecciano le une con le altre, modificandosi o, come a volte accade, rimanendo invariate.
Guardai il cielo ed il sole era già alto.

sabato 19 maggio 2007

L’homme de cendres

Il lungometraggio d’esordio di Nouri Bouzid, L’homme de cendres, segna definitivamente la poetica del regista che caratterizzerà tutta la sua opera. L’autore, noto per essere uno dei registi più sovversivi del suo Paese, la Tunisia, ci racconta la storia di Hachemi e Farfat, due ragazzi segnati profondamente da un passato infame e da un’infanzia strappatagli via da un datore di lavoro troppo “esigente”.

Una violenza sessuale subita in giovane età è ciò che distrugge le vite dei due giovani ragazzi che, una volta uomini, hanno ancora i loro fantasmi con cui lottare, le loro paure da sconfiggere. Ed i ricordi affiorano esausti, vogliono uscir fuori da un animo che li reprime da troppo, troppo tempo. È ciò che accade ad Hachemi, prima delle sue nozze.

Impossibile per lui vivere un normale rapporto con la sua futura moglie; troppe le incertezze, troppi i ricordi. Ed è per questo che la sola vista di luoghi ed oggetti già incontrati da bambino non può far altro che riportare Hachemi indietro nel tempo. Rivive la sua terribile esperienza di bambino violentato ed è come se fosse impossibile per lui sopravvivere.

La musica nel film ci coinvolge a tal punto da renderci partecipi dei flashback del protagonista, con un ritmo esasperante che riprende il semplice suono di un battito cardiaco, di tanti battiti, che accelerano e decelerano a seconda di ciò che la mente detta, senza potersi sottrarre alla sua volontà.

Farfat è l’amico per eccellenza di Hachemi. Il suo destino tende ad essere molto diverso da quello dell’amico. Una volta saputo dello stupro subito dal figlio, il padre di Farfat lo caccia di casa. Non ha più un posto dove andare e si rifugia dove può, consapevole di essere comunque una persona che i suoi amici ammirano e rispettano, nonostante il suo carattere irascibile che lo rende, a volte, davvero intrattabile.

Ad ogni modo, il disagio di Farfat è reale, concreto; il suo destino irrecuperabile. Per questo non riesce a pensare ad altro che ad un gesto estremo. Quale modo migliore di liberarsi del problema se non attaccarlo alla fonte? Che tradotto nei termini della storia raccontata non può che significare uccidere l’autore dello stupro, Ameur.

L’homme de cendres ci propone una regia ben curata, cui molto ha da offrire una fotografia realistica ma ricercata, con luci spesso soffuse e ben distribuite nell’inquadratura. Certo lo stile di Bouzid è destinato a migliorare nettamente col passare degli anni, questo è fuori discussione. Ma già in questa prima pellicola l’autore promette un talento eccezionale che riuscirà a sfruttare al meglio.

Il ritmo della narrazione è incalzante, senza punti morti che interferiscono col livello d’attenzione di uno spettatore, in questo caso, affascinato e perplesso al tempo stesso.

Una storia attuale, non c’è che dire, quella de L’homme de cendres, film datato 1986. Un ottimo esordio del Bouzid che conosciamo, un regista che da sempre tratta temi scomodi che raccontano del suo Paese e della società in cui da sempre vive, una Tunisia moderna che tenta di uscire dai canoni che le vengono imposti. Una Tunisia che trema di fronte a problemi comuni che riguardano non solo l’Oriente o l’Occidente, ma il mondo intero. Per questo parlare di Continenti diversi e divisi nel cinema di Nouri Bouzid non ha davvero senso alcuno.
regia: Nouri Bouzid; 1986

sabato 12 maggio 2007

Uno sfogo...

Inizia ad essere sconcertante. Imbarazzante, oserei dire. L’ignoranza regna sovrana tra i giovani del tempo e la felice consapevolezza di essere vuoti dentro inizia seriamente a farla da padrona. Il tempo passa e la situazione peggiora irrimediabilmente. Si è stupidi ed incredibilmente felici di esserlo. Sarà che va di moda l’idiozia, non lo so. Ma a me fa tristezza, e molta.
Avete provato a guardare la televisione, recentemente? Dai, sul serio. Mi sento enormemente presa per i fondelli.
Riflettiamo. In silenzio, seriamente. Iniziamo a girare canale, diamo un’occhiata insieme… L’isola dei famosi, La pupa e il secchione, Uomini e donne, Amici, La fattoria, Grande Fratello… chi più ne ha più ne metta, insomma.
E basta! Ma non se ne può proprio più! Alzi la mano chi prenderebbe a sassate quel genio del buonsenso che continua a guardare programmi simili. Beh, si capisce… audience alta, molti guadagni, quindi chissenefrega dell’esempio di vita! I ragazzini emulano, e poi ci lamentiamo… Trasmettiamo Wrestling alle sette di sera e ci meravigliamo che i ragazzini di oggi sono più scemi e violenti. Ma dai?!
Comunque… A fronte di tutto ciò, proviamo a cercare qualcosa che tenga occupata la mente, un programma istruttivo, se non proprio pedagogico, almeno utile! Ed ecco a voi Verissimo, un programma di informazione, cronaca e costume che tanto migliora la qualità del palinsesto di Canale 5. Pantaloni all’ultimo grido, tette rifatte, sederi finti e buchi di cellulite sono gli argomenti portanti della puntata tipo. Ma anche gossip, gossip ed ancora gossip.
Ho capito… Sono del tutto rassegnata. Ora so che non posso fare altro che aspettare un telegiornale. Il caro, vecchio TG della sera, con le sue notizie da prima pagina che narrano cosa di più importante accade nel mondo. Ed eccolo, finalmente, alle 20.00, puntuale e fedele ogni giorno!
Silenzio! Inizia, inizia… Finalmente! Diecimila letterine scritte per il piccolo Samuele e la sua mamma (forse)assassina (e lasciateli in pace, che diamine!) e lette con una imbarazzante drammatizzazione acchiappa-ascolti; il milionesimo incidente di cui si parlerà una settimana (con un’ipocrisia che ha del ridicolo, ovviamente); il servizio di venti minuti su quella che deve proprio essere l’estate più calda degli ultimi cento anni (e lo dicono ogni anno! Preoccupante…); della valletta di Teo Mammucari che mangia pane e mortadella (vi giuro, l’ho sentito oggi e stavo per svenire dall’emozione…). Ed ancora calcio, scommesse, meteo… e gossip. Sì, ancora gossip. Ma non solo… il resoconto giornaliero del meglio del Grande Fratello! Di nuovo?! Che schifo…

lunedì 30 aprile 2007

H2Odio

Questa sorta di americanizzazione del cinema italiano io proprio non la capisco. Voglio dire… il nostro cinema è bello, chiaro, facilmente leggibile nonostante affronti spesso tematiche forti o particolarmente drammatiche (si pensi, tanto per citarne alcuni, a La bestia nel cuore, Ovunque sei, Romanzo criminale, La tigre e la neve). È il “nostro” stile, tutto italiano, che ci caratterizza e differenzia dal “cinema-commerciale-tutto-effetti-speciali” americano.

Allora mi viene da domandare… Cosa è accaduto ad Alex Infascelli? È incredibile come il suo film, H2Odio, sconvolga tutti i canoni del cinema italiano mettendoli da parte per far spazio a tutta una serie di effetti visivi, zoom sfocati e riprese in grandangolo esasperate in modo imbarazzante.

Non crediate che io sia una inguaribile conservatrice, tutt’altro. I cambiamenti e l’originalità dei giovani registi nostrani vanno sicuramente lodati per intenzione e, talvolta, anche nei meriti. Ma non è certo questo il caso.

“Una dieta a base di acqua, per purificare il corpo, la mente, pulire l’organismo dai veleni di tutti i giorni. È questo il progetto di Olivia, Summer, Ana, Christina e Nicole, cinque ragazze, icone del nostro tempo, giovani donne ricche, belle e privilegiate che si affacciano all’età adulta trascinando con sé le questioni irrisolte dell’adolescenza. Nessuna di loro sembra particolarmente motivata al digiuno, l’unica a crederci veramente è Olivia. Ma il mondo intorno a loro comincia a cambiare aspetto: l’acqua sparisce dalle scorte e una misteriosa presenza sembra osservare divertita il loro lento declino.”

Ecco l’esile trama del film, raccontata in questi termini dal retro della copertina.
Un horror, quindi? O un thriller… forse. Sicuramente ossessionante col suo ritmo lento (spesso) ed isterico (in pochi attimi, come a voler svegliare lo spettatore estenuato). Nulla sembra reale, ma solo un sogno ad occhi aperti, surreale ed incantato. L’acqua, da principale fonte di vita e di sostentamento, diviene principio di rigurgito esistenziale, di morte prematura ed inspiegabile.

Un film, H2Odio, sicuramente particolare nel suo genere, ma davvero troppo pretenzioso. Si viaggia controvoglia nella psiche inesistente di personaggi amorfi, identici tra loro, senza alcuna distinzione caratteriale.

Oltre alla sceneggiatura poco realistica ed involontariamente buffa, non aiuta la comprensione una serie di riprese in continuo movimento (la macchina da presa raramente è ferma, stabile), con primissimi piani e particolari spesso parzialmente fuori fuoco. Complici anche il costante tremolio e la pessima recitazione delle attrici, farcita di una dizione irrimediabilmente imprecisa, con cadenze straniere eccessivamente marcate (tra le cinque attrici solo Chiara Conti è italiana), terrificanti e terribilmente fastidiose.

Qual è la vera novità di questo film? Semplice a dirsi: il film non è mai uscito nelle sale. Distribuzione bloccata? No, non esattamente. Sembra si sia trattato solo di un esperimento, a mio avviso paradossale. Vendere un film in prima visione solo ed esclusivamente in edicola, senza proporlo nelle sale.

Ridicolo? Spaventoso? Degradante? Pericoloso? Triste?
Assolutamente sì.

Non credo esista nulla di più piacevole che guardare per la prima volta un film al cinema. Una sala buia, uno schermo lì, proprio di fronte a te. Il proiettore dall’alto fa apparire quasi per magia quelle immagini che scorrono, sciorinando davanti ai tuoi occhi una storia segreta, misteriosa, divertente, tua. Un mondo parallelo di cui riuscirai a far parte, sentendoti solo pur avendo la consapevolezza che non lo sei; che il viaggio che stai per compiere non è lo stesso che percorrerà la persona seduta nella poltroncina accanto alla tua.

Questa è la magia del cinema. Ed io, da sempre assorta da questa fascinazione incredibile, non posso fare altro che augurare a me stessa, ma soprattutto al pubblico del cinema italiano (e non), che l’esperienza di H2Odio rimanga unica nel suo genere, nonostante si parli già di una nuova frontiera del cinema italiano.

regia: Alex Infascelli; 2006

sabato 28 aprile 2007

Il cane giallo della Mongolia

Tanto tempo fa, su questa terra, viveva una famiglia molto ricca, che aveva una figlia bellissima. Un giorno ella si ammalò gravemente. Non c’era medicina che potesse guarirla. Così il padre decise di chiedere aiuto ad un saggio. Egli disse: “Avete un cane giallo. È malevolo e dovete ucciderlo”. Il padre non ebbe coraggio di uccidere il cane giallo, ma per il bene della sua malata figlia doveva far qualcosa. Così lo nascose in una caverna da cui non sarebbe riuscito ad uscire. Ogni giorno gli portava da mangiare, ma uno di questi il cane scomparve. La figlia tornò allora a stare bene. Il motivo reale, però, era che si era innamorata di un giovane che, a causa del cane, non riusciva mai ad incontrare.

La favola del cane giallo, tipico esempio di tradizione mongola, è la storia su cui si basa il nuovo film della regista Byambasuren Davaa. Dopo la splendida realizzazione del suo film precedente, La storia del cammello che piange, ecco un nuovo capolavoro intellettuale che ci accompagna in una cultura altra, diversa da quella occidentale a cui siamo abituati.

Il cane giallo della Mongolia non è solo un film, ma molto di più. Un documentario eccezionale sulla vita di una famiglia nomade, i Batchuluun, che vive nell’angolo remoto di una steppa infinita nel Nordovest della Mongolia. Un padre che lavora sodo, una madre che si occupa dei campi e dei lavori domestici e tre figli, due splendide bambine ed un piccolo ragazzino testardo di un paio d’anni.

La protagonista, Nansa, è la figlia maggiore. Ha sei anni ed è appena tornata dalla città in cui va a scuola. Piena di entusiasmo non perde tempo e fa vedere ad un papà tanto emozionato ed orgoglioso i quaderni della scuola. La madre le sistema addosso un vestito nuovo, tanto diverso dalla divisa scolastica che indossava. Così Nansa ritrova le vesti delle sue origini ed è finalmente libera di giocare con la sorellina.

Eppure il tempo per giocare sembra tempo perduto. La madre di Nansa ha sempre qualcosa da farle fare… raccogliere lo sterco per il fuoco, aiutarla a preparare il formaggio, tenere a bada il fratellino dispettoso… Ma la giovane protagonista non si scoraggia affatto. Affronta tutto con l’entusiasmo dei più piccoli, con l’innocenza tipica di un’infanzia genuina e spensierata.

È probabilmente per questo che il pubblico in sala sorride quando Nansa combina un nuovo, piccolo disastro. E quando trova un cane in una caverna e decide di portarlo a casa? Ecco il carattere forte della bambina che si impunta col padre che il cane proprio non lo vuole. Ma lei lo ha trovato, e lei decide cosa farne.

Ciò che di eccezionale c’è nel film è che tutto è osservato con gli occhi di un bambino, e come un bambino lo spettatore osserva quei campi lunghi che la regista ci offre per scorgere un paesaggio splendido, naturale, vero. È come vivere un magnifico viaggio con la famiglia Batchuluun, per impararne tradizioni ed abitudini, credenze e valori.

La scena d’apertura del film ci introduce appieno nel mondo che andremo ad esplorare. Nansa e suo padre salgono su un monte, il cielo terso. Uno spazio vuoto tra cielo e terra, vita e morte (o meglio, non-morte) in cui i due protagonisti vanno a sostare. Un cane è appena morto e sono lì per seppellirlo. Allora Nansa chiede al padre “Perché gli sistemi la coda sotto la testa?”. “Perché così potrà rinascere uomo con la treccia, non cane con la coda”.

Il cane giallo della Mongolia commuove, appassiona, affascina. Non è solo un documentario ma neanche solo un film. La famiglia è reale e la loro vita si svolge davvero nei posti che osserviamo furtivamente sullo schermo nella sala buia. È la loro vita di tutti i giorni messa in mostra davanti ad un obiettivo che li scruta, li studia senza farsene accorgere. È una finestra sul loro mondo, sulla loro vita e sulla loro anima. Basta affacciarsi per uscire dallo stato di incapacità di osservare e di comprendere gli altri senza pregiudizi; senza dare per scontato che la nostra società sia quella “giusta”, dalla parte giusta della ragione. Basta aprire gli occhi e guardare oltre, molto oltre, per comprendere ed imparare che ci sono molte cose che non sappiamo. Non ancora, almeno.

regia: Byambasuren Davaa; 2005

mercoledì 25 aprile 2007

Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino

Christiane, giovane berlinese, vive con sua madre e Sabine (la sorella minore) in un piccolo ed alquanto squallido appartamento nel centro di un quartiere dormitorio. Nonostante le violenze subite da parte del padre Richard, Sabine decide un giorno di dare una seconda opportunità all’uomo andando a vivere con lui e lasciando la piccola Christiane sempre più sola (sua madre era troppo impegnata a frequentare il suo nuovo compagno Klaus per capire quanto soffrisse la sua primogenita).

Per sfuggire alla routine quotidiana di una noia mortale e per trovare al di fuori delle mura domestiche l’affetto e l’affiatamento umano che le mancava, la protagonista si affida a Kessie, giovane berlinese spregiudicata ed insolente. È lei a portare Christiane per la prima volta al Sound, la discoteca più in voga a Berlino in quegli anni (siamo nei pieni anni ’70).

Frequentando il locale ogni sabato sera, Christiane prova droghe sempre più pesanti. E da uno spinello fumato per non pensare più ai propri guai passa facilmente ad L.S.D., acidi e quanto di peggio riuscisse a trovare.

L’incontro con Detlef è punto di svolta nella vita della ragazza. Innamorata follemente di lui e fidandosi nella maniera più cieca ed assoluta (un eufemismo, in questo caso, per non dire stupida) decide di percorrere i suoi stessi passi. Ciò che fa lui deve necessariamente farlo lei pure. Loro devono essere uguali, provare le stesse sensazioni.

Quindi sembra inevitabile che Christiane non ceda alla tentazione (seppur dopo aver provato a dissuadere il suo ragazzo) di provare a sniffare eroina. La moda è sempre moda, ed i diciassettenni berlinesi in quel periodo (non tutti, fortunatamente, altrimenti sarebbe stata una vera e propria catastrofe!) consideravano modaiolo, trendy diremmo oggi, sniffare eroina.

È il gruppo che lentamente si evolve avvicinandosi alla morte sempre di più. Un gruppo di amici che corrono per i corridoi scivolosi della metropolitana dopo un fugace furto, amici che fuggono e si difendono dalla polizia che vuole acciuffarli. Un gruppo di amici che, nonostante tutto, è molto più affiatato ed unito di quanto si potrebbe pensare.

Christiane e Detlef si amano, non possono vivere l’uno senza l’altra. Ma Christiane si accascia a terra, una mattina, nel bagno di casa sua. Sua madre la rimprovera perché è in ritardo per il lavoro e lei proprio non si decide ad aprire la porta (stranamente) chiusa a chiave. Ma Christiane non può, non riesce ad alzarsi, a respirare.

Dopo stenti terribili raggiunge la porta, la apre. La madre accorre, Klaus scopre. E scopre tutto, una siringa sporca di sangue, un cucchiaino annerito e della carta stagnola. Ogni indizio porta alla verità. Ora non si può più ignorare. È necessario che la ragazza ricominci a star bene.

Sì, come se fosse facile! Christiane tenta, insieme a Detlef, una disintossicazione a base di vino e valium, nella sua camera da letto, in casa con la madre che li assiste. Dopo urla, strepiti, dolori lancinanti a stomaco, gambe, braccia, eccoli di nuovo fuori, “guariti”, finalmente.

Invece no, e lo sappiamo bene, questo. Il vortice di droga, prostituzione (in qualche modo i soldi per l’eroina dovevano pur guadagnarli…) e amore continua a travolgerli in un turbinio senza fine (forse).

Edel racconta tutto questo, e lo fa in modo splendido. L’argomento trattato è delicato e difficile da rappresentare in modo neutro, ma il regista ci riesce perfettamente. Il modo in cui viene rappresentato il mondo di Christiane ci impedisce di giudicare a priori, senza capire. E lo spettatore è magicamente in grado di sentire ciò che Christiane sente, di amare ciò che lei ama e di odiare quel che odia.

Complice di tutto questo una serie di riprese a spalla, soggettive molto suggestive ed una regia semplice, quasi documentaristica. Le musiche di David Bowie sono un perfetto sottofondo di quelle immagini misteriose ed ambigue, violente e dolci allo stesso tempo, di una vita che sappiamo essersi consumata realmente. Ed è forse questo ciò che più affascina e spaventa.

La recitazione degli attori è sublime. Tutti giovanissimi ed alle prime esperienze. Natja Brunckhorst è decisamente credibile nei panni di Christiane F. Giovanissima nel 1981 ha dato alla protagonista un volto ed una espressione assolutamente perfetti, riuscendo a non apparire mai banale o poco attendibile.

Un gran bel film (tratto dall’omonimo libro-intervista), a mio avviso: semplice per forma, struttura e narrazione (sempre lineare, senza sbalzi temporali repentini) ma grande ed importante per contenuti e principi morali.
regia: Ulrich Edel; 1981

martedì 24 aprile 2007

L'opera d'arte fittizia

Un immenso raggio di luce che inonda tutto ciò che circonda. Una certezza che da sempre è accolta nell’animo. Un senso di concretezza che ci spinge a continuare, senza fermarci mai. Nessuna possibilità che tutto svanisca, cancellando irrimediabilmente ogni traccia di sé.
La perfezione che da sempre auspichiamo per la nostra mente, per la nostra vita, è ad un palmo da noi. Eppure irraggiungibile.
È un’opera d’arte che osserviamo e da cui impariamo. I ricordi sono tutto ciò che abbiamo. Riusciamo ad essere felici di esserci perché riusciamo a ricordare che siamo qui. Siamo infuriati col mondo perché ricordiamo che non sempre le cose sono andate come avrebbero dovuto.
Ed è lì, a ridosso dei nostri ricordi, che tutto ha un senso.
Immaginiamo ora che, per un istante, tutto questo svanisca.
Il raggio di luce si infittisce a tal punto da divenire scuro, sempre di più. L’immensa luminosità si trasforma ed inizia a velare il senso delle cose, fino a renderci ciechi. Un raggio di tenebre che occulta il nostro mondo.
Ad un tratto è un’opera d’arte fittizia, che non esiste al di fuori di quello che siamo in quel preciso istante della nostra vita. Tutto è cancellato, l’oblio ha il sopravvento e nulla ha più il senso di una volta.
Intorno il nero dell’incertezza. Le unghie lacerano vecchi specchi, divorandoli. Impossibile restare, necessario fuggire. Dove non ci è dato saperlo.
E se è vero che tutto ciò che ci appartiene è il mero frutto delle nostre esperienze, senza la nostra memoria non ci è dato di esistere.
Corpi trasformati in involucri vuoti e scuri che ben poco hanno a che fare con l’opera d’arte. Non più fittizia, ma inesistente nel suo essere irrimediabilmente inutile.
In un istante la perfezione diviene mancanza e tutto perde di significato. Ciò che eravamo ora non siamo più e ciò che avremmo voluto essere non è mai esistito.
La vita in uno specchio che non riflette.
Tutto è lì, ad un palmo da noi, eppure irraggiungibile.
I significati e le certezze che da sempre ci seguivano nei nostri percorsi, nei sogni, nelle aspettative sono svaniti in una nube di esitazione, di perplessità.
Difficile restare fermi, impossibile non ribellarsi all’idea di un tale sfacelo. Per cosa, poi? Per riavere indietro qualcosa che non ricordiamo di aver avuto. Per ottenere ciò che non sappiamo di aver desiderato.
Il gusto di ciò che abbiamo assaporato; il colore di ciò che abbiamo visto; il profumo di ciò che abbiamo odorato; la consistenza di quanto le nostre mani abbiano sfiorato... Ad un tratto non sappiamo più. Esperienze mai fatte, mai provate.
Per la prima volta ci troviamo ad aprire gli occhi.
E nella brama di (ri)scoprire, persistiamo nel tentativo di (ri)creare quell’opera d’arte che, da fittizia, torna incredibilmente ad essere vera, perfetta, vissuta, ricordata.