Quella mattina ero appena uscita dal pub dove lavoro. Era un’ora particolarmente tarda perché quella notte, allo Stepps, c’era stata una festa per i diciotto anni di mia cugina.
Mi era già capitato di passare per quella piazza, ma non avevo mai notato quanto fosse grande, dispersiva e triste. Forse perché non mi era mai capitato prima di attraversarla all’alba, quando le serrande degli alimentari si stanno alzando e gli uomini escono assonnati dalle loro case per andare a lavoro.
Mi era già capitato di passare per quella piazza, ma non avevo mai notato quanto fosse grande, dispersiva e triste. Forse perché non mi era mai capitato prima di attraversarla all’alba, quando le serrande degli alimentari si stanno alzando e gli uomini escono assonnati dalle loro case per andare a lavoro.
Non avevo voglia di tornare a casa, così mi sedetti sulla panchina più vicina. Chiusi un istante gli occhi, come per scacciare via la malinconia che quella triste atmosfera mi metteva addosso. Riaprendoli scorsi un uomo. Era ben vestito; portava un completo nero e, sulla camicia bianca, una cravatta rossa. La prima cosa che pensai fu “cielo, com’è vistosa quella cravatta!” e sorrisi canzonandolo. L’uomo si avvicinò e, guardandolo meglio, mi accorsi che aveva appena pianto. Aveva gli occhi arrossati e lucidi e le ciglia bagnate. Il suo sguardo era triste, fisso nel vuoto. Camminava senza sapere dove andasse. Mi sentii in colpa per il modo in cui lo avevo deriso e mi venne una gran voglia di parlargli.
Decisi di non dire nulla e lo guardai mentre si allontanava lentamente passandomi accanto.
L’alba incombeva sulla piazza illuminando la fontana zampillante al centro. Dietro una piccola edicola veniva aperta. Un ragazzo molto giovane aprì la serranda con molta forza, quasi non si fosse accorto che erano solo le cinque e trenta del mattino. Sistemò frettolosamente i pacchi di giornali ancora freschi di stampa, a terra. Lo osservavo sorridendo, quando fui attratta da una figura ben più particolare. Credevo di aver visto male, così allungai lo sguardo per esserne sicura.
Una bambina?! A quell’ora una bambina tutta sola?!
“Non è possibile!” pensai. Mi alzai di scatto e la raggiunsi. Era seduta in un angolo, accovacciata su sé stessa, e sembrava piangesse. Non potevo esserne certa perché i capelli lunghi e biondi, le coprivano il viso e parte del piccolo corpo.
“Cosa fai qui da sola, piccolina?” le chiesi, inginocchiandomi di fronte a lei, con un tono il più dolce possibile.
Alzò la testa e, con mio grande stupore, mi sorrise gentilmente e “Aspetto la mamma!”. Rimasi a bocca aperta nel vedere quel bel sorriso.
“Non posso credere che la tua mamma ti abbia lasciata qui da sola!”. Ero davvero incredula.
Per un attimo ci fu un silenzio totale. La piazza smise di vivere ed il sorriso sul volto di quella bella bambina si spense. I suoi occhi si fecero tristi. Doveva aver capito che ne ero dispiaciuta, ma mi sorrise di nuovo, a stento. Non sapevo proprio cosa dire e rimasi lì, immobile, senza parlare.
“Allontanati immediatamente da mia figlia!” mi urlò qualcuno. Mi voltai lentamente e la vidi. Una donna mi correva incontro. Pensai che volesse picchiarmi e mi spaventai. Ma non feci in tempo a scansarmi che la bambina bionda si mise tra me e la madre. Quest’ultima la guardò disapprovando, ma si calmò. Ebbi modo di osservarla meglio. Era vestita in modo molto vistoso ed i suoi occhi, truccati pesantemente, avevano un’aria colpevole.
“Non sai nulla di me e della mia vita. Vattene!” mi disse, scandendo ogni parola con molta calma e trattenendo il pianto.
Annuii lentamente e mi allontanai pensando che quella donna non avesse poi tutti i torti. Molte vite si intrecciano le une con le altre, modificandosi o, come a volte accade, rimanendo invariate.
Guardai il cielo ed il sole era già alto.
Nessun commento:
Posta un commento