Benvenuti in Riflessi d'arte... un luogo in cui leggere e scrivere di arte. Un mondo fatto di sogni concreti ed appassionati. Alcuni dei miei pensieri sui miei artisti preferiti, recensioni di film e libri, riflessioni sul mondo dell'arte... Dal cinema, alla televisione, alla pittura, sino al teatro... Cerchiamo la cultura laddove essa esiste, facciamola emergere e viviamo con lei le emozioni che brama regalarci.

mercoledì 21 maggio 2008

Matrimoni gay - per il diritto ad essere felici...

Oggi mi è arrivata questa e-mail da certidiritti.it, ed ovviamente ho intenzione di diffonderla il più possibile.

La riflessione che ne scaturisce è di rilevante importanza politica, sociale ma soprattutto UMANA. Lo scrivo in maiuscolo perché i più è proprio questo aspetto che dimenticano.

E' importante in uno Stato che si definisce laico (si definisce, non vuol dire che lo sia poi nei fatti) dare un'opportunità a TUTTI di essere felici e di realizzare il proprio progetto di vita. Il fatto che due persone che si amano e vogliono metter su famiglia non possano farlo è terrificante, e non riesco a capirlo in nessun modo, figurarsi ad accettarlo.

E' una condizione sociale che disprezzo enormemente, e non credo che potrei fare altrimenti. Si parla di impedire a qualcuno di decidere della propria vita e del proprio futuro. Si nega alle persone una libertà che è costituzionalmente garantita.

Quella stupida concezione che il matrimonio sia un diritto esclusivo delle coppie eterosessuali non ha più senso ormai ed il fatto che una buona fetta della società non se ne sia ancora resa conto mi fa rabbrividire.

E' una lotta che bisogna sostenere duramente e vincere, per amore della libertà e del futuro. La DIVERSITA' non esiste. Esistono condizioni variegate dell'essere. Ed in quanto cittadini del mondo bisognerebbe quanto meno essere in grado di accettarlo.
Firmate la petizione su http://www.matrimoniodirittogay.it/
Le parole "è solo una firma, cosa vuoi che serva" non esistono. Dire la propria opinione è diritto e DOVERE di tutti.

Tania Varroni

SEGUE LA MAIL INVIATAMI DA http://www.certidiritti.it/

ATTI PER MATRIMONIO - INIZIATIVA DI 'AFFERMAZIONE CIVILE': COSA PUOI FARE PER SOSTENERCI, AIUTARCI E PROMUOVERE L'INIZIATIVA:

Questa importante azione, avrà luogo contemporaneamente in varie città italiane, nella settimana che precede il Gay Pride di Bologna del prossimo 28 giugno. Vogliamo supportare tutte le coppie omosessuali che desiderano richiedere al loro Comune la "pubblicazione degli atti", il passaggio che precede, secondo la legge, la celebrazione del matrimonio. Obiettivo è innescare i conseguenti atti amministrativi per impugnarli in giudizio, con la collaborazione degli avvocati della Rete Lenford (Avvocatura per i diritti lgbt).
Puoi contribuire in vari modi:

contattaci per partecipare all'iniziativa, e ti aiuteremo a richiedere la pubblicazione degli atti nella tua città;

contribuisci diffondendo questa notizia tra le persone che conosci, informa le coppie lesbiche e gay che conosci attraverso i tuoi contatti;

diffondi questa notizia nel tuo blog, nei forum lgbt, nei siti internet sensibili ai temi dei diritti umani e civili;

Se vuoi capire meglio cosa sono le Pubblicazioni degli Atti e comunque maggiori informazioni, clicca al seguente link http://www.certidiritti.it/index.php?option=com_content&task=view&id=41&Itemid=72
In questo modo capirai che partecipare all'iniziativa non determina nessuna conseguenza legale e nessun vincolo prematrimoniale. Troverai anche le risposte alle domande più frequenti che ci vengono rivolte. Ad ogni domanda troverai una risposta breve e semplice, e una più dettagliata, che fornisce spiegazioni in termini di legge. Troverai anche un articolo che descrive il fondamento giuridico della nostra iniziativa.

martedì 20 maggio 2008

Harry a pezzi

Harry Block (Woody Allen) entra in crisi dopo la pubblicazione del suo ultimo libro, eccessivamente autobiografico. Sì, perché dopo aver raccontato al mondo intero la relazione adulterina che aveva vissuto con la sorella più giovane della sua seconda moglie, non poteva aspettarsi di non essere odiato a morte da tutti. Nei suoi romanzi ha la cattiva abitudine di raccontare la sua vita e, per logica conseguenza, quella delle persone che gli stanno attorno, senza curarsi troppo degli effetti devastanti che queste confessioni hanno sull’esistenza altrui.

Mascherando la verità solo cambiando i nomi dei protagonisti ed enfatizzando un po’ ogni episodio non si ottengono buoni risultati sul piano sociale.

Per questo il protagonista non dovrebbe stupirsi se in occasione della sua onorificenza organizzata alla Adair University (la sua vecchia università da cui, non a caso, era stato cacciato via) si ritrova a dover andare da solo. Lo sconforto è tanto da far pagare al protagonista cinquecento dollari per la compagnia di Cookie, una prostituta di colore, che dovrà passare con lui una giornata intera ed accompagnarlo durante il viaggio. Ai due si aggiungeranno il figlio di Harry di nove anni, rapito all’uscita da scuola, ed un amico, Richard (Bob Balaban) incontrato per caso dal cardiologo.

Harry ha il cosiddetto blocco dello scrittore (a pensarci bene il suo cognome è proprio Block, e non crediate sia un caso) e ciò lo rende isterico e paranoico. Lui riversa sulle sue pagine elementi della propria vita ed uno smarrimento letterario non può non portare ad una perdita di senso esistenziale. Per sua stessa ammissione il protagonista è “un tizio che non sa funzionare bene nella vita ma funziona bene nell’arte”. E questo si riscontra nel migliore dei modi nel finale che propone una carrellata di tutti i personaggi da lui inventati e che vivono nei suoi romanzi e racconti che lo festeggiano (e che sembrano essere gli unici a poterlo fare). In questo finale felliniano (tra l’altro il Woody-Harry del film ed il Mastroianni-Guido di 8 1\2 attraversano la stessa crisi creativa) si ha un ritorno alla fiducia in se stesso del protagonista: i suoi personaggi, che rappresentano ognuno una parte più o meno significativa di sé, sono lì, a festeggiarlo perché non possono fare a meno di lui, come lui non riesce a fare a meno di loro.

Harry a pezzi (titolo originale Deconstructing Harry) può essere facilmente interpretato come il racconto onirico di una realtà, della vita reale del protagonista, un erotomane e sessuomane convinto che un erotismo randagio e fugace, senza sentimento alcuno, sia la risposta ad ogni problema emozionale ed esistenziale (è incredibile quante volte si riesca ad utilizzare la parola “pompino” in un film!). Egli racconta storie che parlano di sesso, con prostitute, ammiratrici, pazienti della moglie psichiatra o giovani donne incontrate per caso, alla fermata dell’autobus magari. Ma lo fa con sarcasmo ed ironia (la scena iniziale del film, subito dopo i titoli di testa, vede una scena di sesso adulterino consumato davanti agli occhi di una nonna ingenua e, fortunatamente, cieca).

Un sogno ad occhi aperti accompagna Harry in mondi diversi, attraverso le situazioni più disparate che coinvolgono ex furiose che minacciano di sparargli su un tetto, psichiatre folli ed isteriche che fanno scoppiare in lacrime pazienti gridando fragorosamente, prostitute di varie nazionalità ed incontri con la morte che bussa alla nostra porta.
Ed il sogno sembra non finire mai, purtroppo o per fortuna.

L’atmosfera surreale di un film sopra le righe come questo è resa possibile da un tipo di fotografia particolare e dai colori molto forti (in una sequenza Harry e Fay ballano un lento avvolti da una luce rossa molto intensa), curata da Carlo Di Palma, e da un montaggio impulsivo (Susan Morse) carico di jump cuts e stacchi amari e duri che interrompono un discorso proprio sul più bello, come se il regista (Woody Allen) non volesse farci ascoltare qualcosa di non necessario. E proprio il tipo di montaggio e lo stile registico immediato e diretto di Allen propongono in maniera esilarante un intercalarsi nell’onirica vicenda di Harry fino ad accompagnarlo nel suo viaggio in ascensore alla scoperta di un inferno piuttosto accogliente (c’è addirittura l’aria condizionata) dove non sarebbe male per lui vivere.
Il cast artistico è formato da ottimi professionisti che recitano in maniera esponenziale accanto ad un Woody ironico e geniale. Tra i protagonisti è impossibile restare indifferenti alla brillante interpretazione di Judy Davis (nel film è Lucy, la sorella di una delle mogli di Harry, con cui lui ha una relazione); alla partecipazione di Robin Williams (l’attore perennemente fuori fuoco); alla recitazione isterica di Kristie Alley (nel ruolo di Joan) ed a quella più controllata ma egualmente di impatto di Elisabeth Shue (nei panni di Fay, una giovane e bella ammiratrice dapprima innamorata ma che lo lascerà per sposare Larry, interpretato da Billy Cristal).

regia: Woody Allen, 1997

mercoledì 15 agosto 2007

Voce del verbo amore

Giorgio Pasotti e Stefania Rocca sono sicuramente dei bravi attori. Ricordarli in film quali Dopo mezzanotte, L’ultimo bacio e La bestia nel cuore è sempre piacevole. Poi arriva Voce del verbo amore: una catastrofe. Il film non racconta nulla, non perché non ne abbia le intenzioni, ma semplicemente perché non ci riesce. Una storia banale, scritta male, interpretata e diretta ancora peggio.
Francesca (Rocca) e Ugo (Pasotti) sono sposati da dieci anni, vivono a Roma ed anno due figli. La vicenda inizia quando i due decidono di separarsi di comune accordo, in armonia, per il bene dei bambini. Dopo la separazione continuano a sentirsi molto spesso a causa dei piccoli, che sono rimasti a vivere con la madre. Ugo comincia una storia con Matilda, una ragazza carina ed estroversa che sostiene di essere molto “free”, mentre nella vita di Francesca torna Ernesto, un amore del passato. La gelosia la farà da padrona, ovviamente.
La storia è questa, niente di più. Uno spaccato di crisi coniugale che tenta di essere realistico ma finisce col diventare ridicolo (per non dire patetico). Non c’è niente di vero e realistico nei personaggi, che tra l’altro sono caratterizzati tutti allo stesso identico modo (isterici in crisi, del tutto incapaci di educare se stessi, figurarsi i propri figli) ed i continui tentativi di far sorridere falliscono miseramente.
Una sceneggiatura improbabile e molto spesso fuori luogo propone dialoghi farseschi e imbarazzanti. La regia è del tutto invisibile e la storia “fresca” che Andrea Manni (il regista) vuole proporre in realtà non esiste.
Più che l’idea, a mio parere discutibile, di voler realizzare un film su un argomento tanto comune e privo di originalità, da bocciare è l’opera in sé. Insignificante non solo per la storia che narra, ma per il modo in cui decide di farlo.
I protagonisti sono delle vere e proprie marionette i cui fili vengono mossi grezzamente da un regista che, con molta probabilità, chiedeva espressioni marcate e movenze quasi isteriche ai suoi attori. I personaggi finiscono con l’essere le caricature di loro stessi, imbarazzanti nel vero senso della parola.
Il finale lo si intuisce dopo un paio di minuti passati i titoli di testa ed i “colpi di scena” sembrano messi lì a caso, giusto per non far annoiare lo spettatore (ennesimo tentativo fallito). Tante piccole parentesi si aprono e si richiudono in fretta, senza un reale motivo. Tutte le cose che succedono nel film non hanno in realtà motivo di accadere, un cane che continua a mordersi la coda perché non ha idea di cosa altro potrebbe fare.
Un film fastidioso ed irritante, inutile, oserei dire.

regia: Andrea Manni; 2007

giovedì 19 luglio 2007

Il Grande Capo

Una voce off inizia a raccontare. È la storia narrata con note di ironia e comicità controllata ad incuriosire lo spettatore. Un regista che racconta di essere un regista; una messa in scena che si presenta appunto come tale. Lars Von Trier ci dice che quello che stiamo per vedere è un film, o meglio, una commedia. Non bisogna aspettarsi grandi retoriche o geniali colpi di scena: è una commedia che vuol far divertire, non certo riflettere.

Il regista si prende in giro e, cosa non certo da poco, sottovaluta il suo film, pur sapendo quale spessore in realtà abbia. Ragionamento che pochi autori possono permettersi di compiere, e Von Trier è sicuramente uno di questi.

Un attore mediocre, Kristoffer (Jens Albinus), viene ingaggiato per un lavoro che di certo ha del particolare: è il grande capo di una importante azienda, e deve discutere con qualcuno di un affare importante. Ovviamente colui che lo ha ingaggiato vuole assolutamente che lui si affidi totalmente al copione, evitando ogni tipo di improvvisazione. Un dialogo banale e semplice per chiunque, tranne che per Kristoffer, attore convinto di saperla lunga sulla recitazione, ma che in realtà va nel pallone ad ogni minimo intoppo.

Il “grande capo” deve farsi conoscere e prendersi ogni responsabilità per l’operato di qualcun altro: Ravn (Peter Gantzler), ufficialmente il tirapiedi del direttore-capo dell’azienda, in realtà il proprietario effettivo e l’unico in grado di prendere decisioni. Ravn si nasconde dietro il finto capo per sfruttare i suoi dipendenti, uno più fuori di testa dell’altro.
Kristoffer si cala nel personaggio, inizia a vivere nei suoi panni, ma non è d’accordo con la politica di defalcazione attuata da Ravn, sempre meno sensibile ai problemi dei dipendenti e sempre più interessato ai suoi profitti personali. I problemi iniziano proprio per questa serie di circostanze.

Impossibile negare l’intelligenza del film, completamente incentrato su tutto un insieme di problematiche morali legate non solo a questioni riguardanti un ambiente lavorativo non ostile, ma anche a quel difficile rapporto che ognuno di noi ha con la propria coscienza. Non sempre si è in grado di stabilire ciò che è giusto da ciò che non lo è, ed è così che tutto diventa relativo. Lars Von Trier ci permette di ridere su ogni cosa: la follia di un dipendente che prende a pugni il suo capo, la collega che piange ogni tre secondi, un suicidio col cavo della fotocopiatrice…

Una riflessione che nasce spontanea durante il percorso che i personaggi compiono nel film. Anche se ampio spazio viene lasciato alla simpatica ironia che l’autore mette in scena attraverso una continua allusione al mondo artificiale, contraddittorio ed equivoco del teatro (e, perché no, anche del cinema). Un attore completamente dedito agli insegnamenti virtuali di un esponente incompreso (chiaramente inventato dall’autore) del teatro moderno, Gambini, a cui continua ad ispirarsi, qualunque cosa debba fare.
L’ossessione di Kristoffer diventa in alcuni momenti esilarante, oserei dire disarmante. Un equivoco dopo l’altro, e tutto continua a complicarsi sempre di più, finché alla fine non si arriva alla soluzione. Più o meno discutibile.
È la macchina da presa che riprende il teatro e lo fa diventare cinema. Così come in Dogville ma in linee registiche e tematiche sicuramente diverse ed altre, l’autore ripropone un film che finisce con l’essere più che teatrale. Continui salti repentini da un’inquadratura all’altra, senza troppo preoccuparsi di raccordi di movimento, rendono il ritmo del film incalzante, nonostante questo proponga come unica (o quasi) ambientazione l’insieme di piccoli uffici dell’azienda.

regia: Lars Von Trier; 2006

sabato 23 giugno 2007

"Ma che dici? Pensi alla barba quando stanno per tagliarti la testa?!"

I sette samurai; Akira Kurosawa, 1954

lunedì 11 giugno 2007

La Passione di Cristo

C’è chi, in alcuni casi, non va oltre e decide di non guardare. C’è chi si ferma davanti ad uno schermo tappandosi occhi ed orecchie (mai la bocca…). C’è chi giudica senza aver visto e chi, dopo aver dato un’occhiata superficiale, grida all’oltraggio.

Tanta pubblicità mediatica per un film attesissimo che, qualche anno fa, fece scalpore. Qualcuno lo ama ma, soprattutto, qualcuno lo odia.

Certamente non più blasfemo di L’ultima tentazione di Cristo (Martin Scorsese, 1988) o dei numerosissimi film realizzati sul tema, La Passione di Cristo racconta le ultime dodici ore della vita di Gesù: le flagellazioni, le torture, la crocifissione. Il tutto intervallato da flashback relativamente brevi dei “bei tempi che furono”, quando Gesù godeva ancora della brama dei suoi discepoli.

Scompare finalmente quella sensazione del divino che abitava in Gesù di Nazareth (Franco Zeffirelli) o ne Il Messia (Roberto Rossellini). Entrambe opere sincretiche che narrano la vita di Cristo in toni biografici che mescolano umano e trascendentale.

Mel Gibson fa tutt’altro. Pur ispirandosi al Vangelo (e cercando di esservi il più fedele possibile), Gibson evita di dare giudizi, di emettere sentenze. Il racconto si svolge davanti alla macchina da presa proprio così come il regista suppone che sia avvenuto. Non c’è giudizio sul punto di vista (giusto o sbagliato) dell’autore: Cristo ha sofferto terribilmente dopo esser stato tradito da chi diceva di amarlo, questo è quanto.

E, a pensarci bene, non è ciò che prima o poi accade ad ognuno di noi?

La Passione di Cristo riflette su questa condizione dell’essere umano, vissuta in primis da Gesù Cristo e poi tramandata al mondo intero. Un concetto semplice (probabilmente banale) che spiega molte delle scelte stilistiche e tematiche prese da Mel Gibson.

Un film universale, recitato interamente in Latino ed Aramaico e sottotitolato per facilitarne la comprensione (grazie, Mel). Un cast particolare che si è rivelato eccezionale.

Una Monica Bellucci stranamente brava e commovente nei panni di Maria Maddalena; una Claudia Gerini niente male nel ruolo della moglie di Pilato; sorprende la scelta di inserire nel cast Sabrina Impacciatore, sempre più presente nel panorama cinematografico.

Incantevole l’interpretazione di James Caviezel, il Cristo scelto da Gibson. Seppur sostituito dalla controfigura Brandon Reininger nelle scene più audaci, Caviezel rende bene l’idea dell’atroce supplizio subito circa due millenni fa.

Un’immagine tanto inquietante quanto ambigua è quella del diavolo: una donna con la testa rasata, un manto nero che la avvolge completamente, occhi tanto chiari quasi da sembrare bianchi (le lenti a contatto fanno miracoli!). Rosalinda Celentano stringe tra le braccia un bambino mostruoso ed è l’incarnazione del male.

A La Passione di Cristo non manca davvero nulla per essere considerato un buon film. Recitazione ottima, una buona fotografia ed una regia interessante; nessun (pre)giudizio in fase di realizzazione e tanta voglia di raccontare. Un tema controverso, quello della morte di Cristo, determina in parte le sorti del film.

Si parla di blasfemia, di sfruttamento commerciale dell’immagine religiosa, di violenza gratuita.

Ma stiamo scherzando o cosa?!

Credete davvero che La Passione di Cristo sia più blasfemo di Jesus Christ Superstar?!
Siete realmente convinti che il film di Gibson sia l’unico a sfruttare un’immagine religiosa? Ammesso e non concesso che la promozione del film sia stata esageratamente pressante, non è forse accaduto lo stesso per L’esorcismo di Emily Rose, Stigmate e chi più ne ha più ne metta?

E ancora… La Passione di Cristo è un film violento? Eccome!

Non avrebbe potuto essere altrimenti. Le carni massacrate, il sangue che scorre sulla croce, il volto straziato, la cattiveria dell’uomo. Questa è la violenza che Gibson ci propone. Una violenza triste e tremendamente vera. Di sicuro non gratuita.

Non sarà semplicemente che si è ancora troppo legati al concetto di divino inspiegabile, temibile e quindi, per conseguenza diretta, irraccontabile?

regia: Mel Gibson; 2004

lunedì 28 maggio 2007

Disgustoso...

In Olanda la tv BNN in collaborazione con la casa di produzione Endemol lancia "Il grande donatore-show", una sorta di “Grande fratello” in cui una malata terminale deciderà a chi dare il suo organo.
Ragazzi... ma stiamo scherzando?! Difficile credere che si potesse scendere a livelli più bassi di quelli raggiunti fino a poco tempo fa, ma a quanto pare è possibile eccome. Ho sentito questa notizia al TG oggi... e mi ha sinceramente nauseata. Fare soldi e audience sulla malattia fa veramente schifo, non riesco a trovare un termine più calzante.
Sconcertante poi che qualcuno effettivamente partecipi a questa mise en scène dell'idiozia e dell'inumanità più concreta. Finché volete propinarmi a forza quei cretini di Amici che non fanno che litigare dalla mattina alla sera (tra l'altro dando un pessimo esempio ai giovani che li guardano inebetiti davanti allo schermo) o quel mercatino dell'usato che è diventato Uomini e donne ok, fate pure. Ma la malattia no, quella lasciatela stare. Finché volete dare un milione di euro a uno di quei dementi del Grande fratello (che nella vita sanno sculettare, dire parolacce e ruttare dopo pranzo, nient'altro) fate pure. Mi deprime altamente, e mi fa rabbia. Ma fate pure.
Ma la malattia no... Eh, no, quello proprio è troppo! Ma che razza di gente è quella che partorisce un'idea così malsana e disumana?! Completamente fuori controllo, la società inizia seriamente a fare schifo. Mi vergogno molto, davvero. Mi vergogno del mondo schifoso che continua a vomitare sulla gente; mi vergogno di viverci, in questo mondo. Scansarsi più in là serve ormai a nulla, ma fare qualcosa è impossibile. Finché i giovani (i futuri cittadini di questo mondo, che Dio ci salvi) continueranno ad essere tanto ebeti da non capire... allora ci sarà poco da fare. Se solo non fosse la maggioranza a contare...
Che schifo...