Benvenuti in Riflessi d'arte... un luogo in cui leggere e scrivere di arte. Un mondo fatto di sogni concreti ed appassionati. Alcuni dei miei pensieri sui miei artisti preferiti, recensioni di film e libri, riflessioni sul mondo dell'arte... Dal cinema, alla televisione, alla pittura, sino al teatro... Cerchiamo la cultura laddove essa esiste, facciamola emergere e viviamo con lei le emozioni che brama regalarci.

lunedì 30 aprile 2007

H2Odio

Questa sorta di americanizzazione del cinema italiano io proprio non la capisco. Voglio dire… il nostro cinema è bello, chiaro, facilmente leggibile nonostante affronti spesso tematiche forti o particolarmente drammatiche (si pensi, tanto per citarne alcuni, a La bestia nel cuore, Ovunque sei, Romanzo criminale, La tigre e la neve). È il “nostro” stile, tutto italiano, che ci caratterizza e differenzia dal “cinema-commerciale-tutto-effetti-speciali” americano.

Allora mi viene da domandare… Cosa è accaduto ad Alex Infascelli? È incredibile come il suo film, H2Odio, sconvolga tutti i canoni del cinema italiano mettendoli da parte per far spazio a tutta una serie di effetti visivi, zoom sfocati e riprese in grandangolo esasperate in modo imbarazzante.

Non crediate che io sia una inguaribile conservatrice, tutt’altro. I cambiamenti e l’originalità dei giovani registi nostrani vanno sicuramente lodati per intenzione e, talvolta, anche nei meriti. Ma non è certo questo il caso.

“Una dieta a base di acqua, per purificare il corpo, la mente, pulire l’organismo dai veleni di tutti i giorni. È questo il progetto di Olivia, Summer, Ana, Christina e Nicole, cinque ragazze, icone del nostro tempo, giovani donne ricche, belle e privilegiate che si affacciano all’età adulta trascinando con sé le questioni irrisolte dell’adolescenza. Nessuna di loro sembra particolarmente motivata al digiuno, l’unica a crederci veramente è Olivia. Ma il mondo intorno a loro comincia a cambiare aspetto: l’acqua sparisce dalle scorte e una misteriosa presenza sembra osservare divertita il loro lento declino.”

Ecco l’esile trama del film, raccontata in questi termini dal retro della copertina.
Un horror, quindi? O un thriller… forse. Sicuramente ossessionante col suo ritmo lento (spesso) ed isterico (in pochi attimi, come a voler svegliare lo spettatore estenuato). Nulla sembra reale, ma solo un sogno ad occhi aperti, surreale ed incantato. L’acqua, da principale fonte di vita e di sostentamento, diviene principio di rigurgito esistenziale, di morte prematura ed inspiegabile.

Un film, H2Odio, sicuramente particolare nel suo genere, ma davvero troppo pretenzioso. Si viaggia controvoglia nella psiche inesistente di personaggi amorfi, identici tra loro, senza alcuna distinzione caratteriale.

Oltre alla sceneggiatura poco realistica ed involontariamente buffa, non aiuta la comprensione una serie di riprese in continuo movimento (la macchina da presa raramente è ferma, stabile), con primissimi piani e particolari spesso parzialmente fuori fuoco. Complici anche il costante tremolio e la pessima recitazione delle attrici, farcita di una dizione irrimediabilmente imprecisa, con cadenze straniere eccessivamente marcate (tra le cinque attrici solo Chiara Conti è italiana), terrificanti e terribilmente fastidiose.

Qual è la vera novità di questo film? Semplice a dirsi: il film non è mai uscito nelle sale. Distribuzione bloccata? No, non esattamente. Sembra si sia trattato solo di un esperimento, a mio avviso paradossale. Vendere un film in prima visione solo ed esclusivamente in edicola, senza proporlo nelle sale.

Ridicolo? Spaventoso? Degradante? Pericoloso? Triste?
Assolutamente sì.

Non credo esista nulla di più piacevole che guardare per la prima volta un film al cinema. Una sala buia, uno schermo lì, proprio di fronte a te. Il proiettore dall’alto fa apparire quasi per magia quelle immagini che scorrono, sciorinando davanti ai tuoi occhi una storia segreta, misteriosa, divertente, tua. Un mondo parallelo di cui riuscirai a far parte, sentendoti solo pur avendo la consapevolezza che non lo sei; che il viaggio che stai per compiere non è lo stesso che percorrerà la persona seduta nella poltroncina accanto alla tua.

Questa è la magia del cinema. Ed io, da sempre assorta da questa fascinazione incredibile, non posso fare altro che augurare a me stessa, ma soprattutto al pubblico del cinema italiano (e non), che l’esperienza di H2Odio rimanga unica nel suo genere, nonostante si parli già di una nuova frontiera del cinema italiano.

regia: Alex Infascelli; 2006

sabato 28 aprile 2007

Il cane giallo della Mongolia

Tanto tempo fa, su questa terra, viveva una famiglia molto ricca, che aveva una figlia bellissima. Un giorno ella si ammalò gravemente. Non c’era medicina che potesse guarirla. Così il padre decise di chiedere aiuto ad un saggio. Egli disse: “Avete un cane giallo. È malevolo e dovete ucciderlo”. Il padre non ebbe coraggio di uccidere il cane giallo, ma per il bene della sua malata figlia doveva far qualcosa. Così lo nascose in una caverna da cui non sarebbe riuscito ad uscire. Ogni giorno gli portava da mangiare, ma uno di questi il cane scomparve. La figlia tornò allora a stare bene. Il motivo reale, però, era che si era innamorata di un giovane che, a causa del cane, non riusciva mai ad incontrare.

La favola del cane giallo, tipico esempio di tradizione mongola, è la storia su cui si basa il nuovo film della regista Byambasuren Davaa. Dopo la splendida realizzazione del suo film precedente, La storia del cammello che piange, ecco un nuovo capolavoro intellettuale che ci accompagna in una cultura altra, diversa da quella occidentale a cui siamo abituati.

Il cane giallo della Mongolia non è solo un film, ma molto di più. Un documentario eccezionale sulla vita di una famiglia nomade, i Batchuluun, che vive nell’angolo remoto di una steppa infinita nel Nordovest della Mongolia. Un padre che lavora sodo, una madre che si occupa dei campi e dei lavori domestici e tre figli, due splendide bambine ed un piccolo ragazzino testardo di un paio d’anni.

La protagonista, Nansa, è la figlia maggiore. Ha sei anni ed è appena tornata dalla città in cui va a scuola. Piena di entusiasmo non perde tempo e fa vedere ad un papà tanto emozionato ed orgoglioso i quaderni della scuola. La madre le sistema addosso un vestito nuovo, tanto diverso dalla divisa scolastica che indossava. Così Nansa ritrova le vesti delle sue origini ed è finalmente libera di giocare con la sorellina.

Eppure il tempo per giocare sembra tempo perduto. La madre di Nansa ha sempre qualcosa da farle fare… raccogliere lo sterco per il fuoco, aiutarla a preparare il formaggio, tenere a bada il fratellino dispettoso… Ma la giovane protagonista non si scoraggia affatto. Affronta tutto con l’entusiasmo dei più piccoli, con l’innocenza tipica di un’infanzia genuina e spensierata.

È probabilmente per questo che il pubblico in sala sorride quando Nansa combina un nuovo, piccolo disastro. E quando trova un cane in una caverna e decide di portarlo a casa? Ecco il carattere forte della bambina che si impunta col padre che il cane proprio non lo vuole. Ma lei lo ha trovato, e lei decide cosa farne.

Ciò che di eccezionale c’è nel film è che tutto è osservato con gli occhi di un bambino, e come un bambino lo spettatore osserva quei campi lunghi che la regista ci offre per scorgere un paesaggio splendido, naturale, vero. È come vivere un magnifico viaggio con la famiglia Batchuluun, per impararne tradizioni ed abitudini, credenze e valori.

La scena d’apertura del film ci introduce appieno nel mondo che andremo ad esplorare. Nansa e suo padre salgono su un monte, il cielo terso. Uno spazio vuoto tra cielo e terra, vita e morte (o meglio, non-morte) in cui i due protagonisti vanno a sostare. Un cane è appena morto e sono lì per seppellirlo. Allora Nansa chiede al padre “Perché gli sistemi la coda sotto la testa?”. “Perché così potrà rinascere uomo con la treccia, non cane con la coda”.

Il cane giallo della Mongolia commuove, appassiona, affascina. Non è solo un documentario ma neanche solo un film. La famiglia è reale e la loro vita si svolge davvero nei posti che osserviamo furtivamente sullo schermo nella sala buia. È la loro vita di tutti i giorni messa in mostra davanti ad un obiettivo che li scruta, li studia senza farsene accorgere. È una finestra sul loro mondo, sulla loro vita e sulla loro anima. Basta affacciarsi per uscire dallo stato di incapacità di osservare e di comprendere gli altri senza pregiudizi; senza dare per scontato che la nostra società sia quella “giusta”, dalla parte giusta della ragione. Basta aprire gli occhi e guardare oltre, molto oltre, per comprendere ed imparare che ci sono molte cose che non sappiamo. Non ancora, almeno.

regia: Byambasuren Davaa; 2005

mercoledì 25 aprile 2007

Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino

Christiane, giovane berlinese, vive con sua madre e Sabine (la sorella minore) in un piccolo ed alquanto squallido appartamento nel centro di un quartiere dormitorio. Nonostante le violenze subite da parte del padre Richard, Sabine decide un giorno di dare una seconda opportunità all’uomo andando a vivere con lui e lasciando la piccola Christiane sempre più sola (sua madre era troppo impegnata a frequentare il suo nuovo compagno Klaus per capire quanto soffrisse la sua primogenita).

Per sfuggire alla routine quotidiana di una noia mortale e per trovare al di fuori delle mura domestiche l’affetto e l’affiatamento umano che le mancava, la protagonista si affida a Kessie, giovane berlinese spregiudicata ed insolente. È lei a portare Christiane per la prima volta al Sound, la discoteca più in voga a Berlino in quegli anni (siamo nei pieni anni ’70).

Frequentando il locale ogni sabato sera, Christiane prova droghe sempre più pesanti. E da uno spinello fumato per non pensare più ai propri guai passa facilmente ad L.S.D., acidi e quanto di peggio riuscisse a trovare.

L’incontro con Detlef è punto di svolta nella vita della ragazza. Innamorata follemente di lui e fidandosi nella maniera più cieca ed assoluta (un eufemismo, in questo caso, per non dire stupida) decide di percorrere i suoi stessi passi. Ciò che fa lui deve necessariamente farlo lei pure. Loro devono essere uguali, provare le stesse sensazioni.

Quindi sembra inevitabile che Christiane non ceda alla tentazione (seppur dopo aver provato a dissuadere il suo ragazzo) di provare a sniffare eroina. La moda è sempre moda, ed i diciassettenni berlinesi in quel periodo (non tutti, fortunatamente, altrimenti sarebbe stata una vera e propria catastrofe!) consideravano modaiolo, trendy diremmo oggi, sniffare eroina.

È il gruppo che lentamente si evolve avvicinandosi alla morte sempre di più. Un gruppo di amici che corrono per i corridoi scivolosi della metropolitana dopo un fugace furto, amici che fuggono e si difendono dalla polizia che vuole acciuffarli. Un gruppo di amici che, nonostante tutto, è molto più affiatato ed unito di quanto si potrebbe pensare.

Christiane e Detlef si amano, non possono vivere l’uno senza l’altra. Ma Christiane si accascia a terra, una mattina, nel bagno di casa sua. Sua madre la rimprovera perché è in ritardo per il lavoro e lei proprio non si decide ad aprire la porta (stranamente) chiusa a chiave. Ma Christiane non può, non riesce ad alzarsi, a respirare.

Dopo stenti terribili raggiunge la porta, la apre. La madre accorre, Klaus scopre. E scopre tutto, una siringa sporca di sangue, un cucchiaino annerito e della carta stagnola. Ogni indizio porta alla verità. Ora non si può più ignorare. È necessario che la ragazza ricominci a star bene.

Sì, come se fosse facile! Christiane tenta, insieme a Detlef, una disintossicazione a base di vino e valium, nella sua camera da letto, in casa con la madre che li assiste. Dopo urla, strepiti, dolori lancinanti a stomaco, gambe, braccia, eccoli di nuovo fuori, “guariti”, finalmente.

Invece no, e lo sappiamo bene, questo. Il vortice di droga, prostituzione (in qualche modo i soldi per l’eroina dovevano pur guadagnarli…) e amore continua a travolgerli in un turbinio senza fine (forse).

Edel racconta tutto questo, e lo fa in modo splendido. L’argomento trattato è delicato e difficile da rappresentare in modo neutro, ma il regista ci riesce perfettamente. Il modo in cui viene rappresentato il mondo di Christiane ci impedisce di giudicare a priori, senza capire. E lo spettatore è magicamente in grado di sentire ciò che Christiane sente, di amare ciò che lei ama e di odiare quel che odia.

Complice di tutto questo una serie di riprese a spalla, soggettive molto suggestive ed una regia semplice, quasi documentaristica. Le musiche di David Bowie sono un perfetto sottofondo di quelle immagini misteriose ed ambigue, violente e dolci allo stesso tempo, di una vita che sappiamo essersi consumata realmente. Ed è forse questo ciò che più affascina e spaventa.

La recitazione degli attori è sublime. Tutti giovanissimi ed alle prime esperienze. Natja Brunckhorst è decisamente credibile nei panni di Christiane F. Giovanissima nel 1981 ha dato alla protagonista un volto ed una espressione assolutamente perfetti, riuscendo a non apparire mai banale o poco attendibile.

Un gran bel film (tratto dall’omonimo libro-intervista), a mio avviso: semplice per forma, struttura e narrazione (sempre lineare, senza sbalzi temporali repentini) ma grande ed importante per contenuti e principi morali.
regia: Ulrich Edel; 1981

martedì 24 aprile 2007

L'opera d'arte fittizia

Un immenso raggio di luce che inonda tutto ciò che circonda. Una certezza che da sempre è accolta nell’animo. Un senso di concretezza che ci spinge a continuare, senza fermarci mai. Nessuna possibilità che tutto svanisca, cancellando irrimediabilmente ogni traccia di sé.
La perfezione che da sempre auspichiamo per la nostra mente, per la nostra vita, è ad un palmo da noi. Eppure irraggiungibile.
È un’opera d’arte che osserviamo e da cui impariamo. I ricordi sono tutto ciò che abbiamo. Riusciamo ad essere felici di esserci perché riusciamo a ricordare che siamo qui. Siamo infuriati col mondo perché ricordiamo che non sempre le cose sono andate come avrebbero dovuto.
Ed è lì, a ridosso dei nostri ricordi, che tutto ha un senso.
Immaginiamo ora che, per un istante, tutto questo svanisca.
Il raggio di luce si infittisce a tal punto da divenire scuro, sempre di più. L’immensa luminosità si trasforma ed inizia a velare il senso delle cose, fino a renderci ciechi. Un raggio di tenebre che occulta il nostro mondo.
Ad un tratto è un’opera d’arte fittizia, che non esiste al di fuori di quello che siamo in quel preciso istante della nostra vita. Tutto è cancellato, l’oblio ha il sopravvento e nulla ha più il senso di una volta.
Intorno il nero dell’incertezza. Le unghie lacerano vecchi specchi, divorandoli. Impossibile restare, necessario fuggire. Dove non ci è dato saperlo.
E se è vero che tutto ciò che ci appartiene è il mero frutto delle nostre esperienze, senza la nostra memoria non ci è dato di esistere.
Corpi trasformati in involucri vuoti e scuri che ben poco hanno a che fare con l’opera d’arte. Non più fittizia, ma inesistente nel suo essere irrimediabilmente inutile.
In un istante la perfezione diviene mancanza e tutto perde di significato. Ciò che eravamo ora non siamo più e ciò che avremmo voluto essere non è mai esistito.
La vita in uno specchio che non riflette.
Tutto è lì, ad un palmo da noi, eppure irraggiungibile.
I significati e le certezze che da sempre ci seguivano nei nostri percorsi, nei sogni, nelle aspettative sono svaniti in una nube di esitazione, di perplessità.
Difficile restare fermi, impossibile non ribellarsi all’idea di un tale sfacelo. Per cosa, poi? Per riavere indietro qualcosa che non ricordiamo di aver avuto. Per ottenere ciò che non sappiamo di aver desiderato.
Il gusto di ciò che abbiamo assaporato; il colore di ciò che abbiamo visto; il profumo di ciò che abbiamo odorato; la consistenza di quanto le nostre mani abbiano sfiorato... Ad un tratto non sappiamo più. Esperienze mai fatte, mai provate.
Per la prima volta ci troviamo ad aprire gli occhi.
E nella brama di (ri)scoprire, persistiamo nel tentativo di (ri)creare quell’opera d’arte che, da fittizia, torna incredibilmente ad essere vera, perfetta, vissuta, ricordata.