Benvenuti in Riflessi d'arte... un luogo in cui leggere e scrivere di arte. Un mondo fatto di sogni concreti ed appassionati. Alcuni dei miei pensieri sui miei artisti preferiti, recensioni di film e libri, riflessioni sul mondo dell'arte... Dal cinema, alla televisione, alla pittura, sino al teatro... Cerchiamo la cultura laddove essa esiste, facciamola emergere e viviamo con lei le emozioni che brama regalarci.

mercoledì 25 aprile 2007

Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino

Christiane, giovane berlinese, vive con sua madre e Sabine (la sorella minore) in un piccolo ed alquanto squallido appartamento nel centro di un quartiere dormitorio. Nonostante le violenze subite da parte del padre Richard, Sabine decide un giorno di dare una seconda opportunità all’uomo andando a vivere con lui e lasciando la piccola Christiane sempre più sola (sua madre era troppo impegnata a frequentare il suo nuovo compagno Klaus per capire quanto soffrisse la sua primogenita).

Per sfuggire alla routine quotidiana di una noia mortale e per trovare al di fuori delle mura domestiche l’affetto e l’affiatamento umano che le mancava, la protagonista si affida a Kessie, giovane berlinese spregiudicata ed insolente. È lei a portare Christiane per la prima volta al Sound, la discoteca più in voga a Berlino in quegli anni (siamo nei pieni anni ’70).

Frequentando il locale ogni sabato sera, Christiane prova droghe sempre più pesanti. E da uno spinello fumato per non pensare più ai propri guai passa facilmente ad L.S.D., acidi e quanto di peggio riuscisse a trovare.

L’incontro con Detlef è punto di svolta nella vita della ragazza. Innamorata follemente di lui e fidandosi nella maniera più cieca ed assoluta (un eufemismo, in questo caso, per non dire stupida) decide di percorrere i suoi stessi passi. Ciò che fa lui deve necessariamente farlo lei pure. Loro devono essere uguali, provare le stesse sensazioni.

Quindi sembra inevitabile che Christiane non ceda alla tentazione (seppur dopo aver provato a dissuadere il suo ragazzo) di provare a sniffare eroina. La moda è sempre moda, ed i diciassettenni berlinesi in quel periodo (non tutti, fortunatamente, altrimenti sarebbe stata una vera e propria catastrofe!) consideravano modaiolo, trendy diremmo oggi, sniffare eroina.

È il gruppo che lentamente si evolve avvicinandosi alla morte sempre di più. Un gruppo di amici che corrono per i corridoi scivolosi della metropolitana dopo un fugace furto, amici che fuggono e si difendono dalla polizia che vuole acciuffarli. Un gruppo di amici che, nonostante tutto, è molto più affiatato ed unito di quanto si potrebbe pensare.

Christiane e Detlef si amano, non possono vivere l’uno senza l’altra. Ma Christiane si accascia a terra, una mattina, nel bagno di casa sua. Sua madre la rimprovera perché è in ritardo per il lavoro e lei proprio non si decide ad aprire la porta (stranamente) chiusa a chiave. Ma Christiane non può, non riesce ad alzarsi, a respirare.

Dopo stenti terribili raggiunge la porta, la apre. La madre accorre, Klaus scopre. E scopre tutto, una siringa sporca di sangue, un cucchiaino annerito e della carta stagnola. Ogni indizio porta alla verità. Ora non si può più ignorare. È necessario che la ragazza ricominci a star bene.

Sì, come se fosse facile! Christiane tenta, insieme a Detlef, una disintossicazione a base di vino e valium, nella sua camera da letto, in casa con la madre che li assiste. Dopo urla, strepiti, dolori lancinanti a stomaco, gambe, braccia, eccoli di nuovo fuori, “guariti”, finalmente.

Invece no, e lo sappiamo bene, questo. Il vortice di droga, prostituzione (in qualche modo i soldi per l’eroina dovevano pur guadagnarli…) e amore continua a travolgerli in un turbinio senza fine (forse).

Edel racconta tutto questo, e lo fa in modo splendido. L’argomento trattato è delicato e difficile da rappresentare in modo neutro, ma il regista ci riesce perfettamente. Il modo in cui viene rappresentato il mondo di Christiane ci impedisce di giudicare a priori, senza capire. E lo spettatore è magicamente in grado di sentire ciò che Christiane sente, di amare ciò che lei ama e di odiare quel che odia.

Complice di tutto questo una serie di riprese a spalla, soggettive molto suggestive ed una regia semplice, quasi documentaristica. Le musiche di David Bowie sono un perfetto sottofondo di quelle immagini misteriose ed ambigue, violente e dolci allo stesso tempo, di una vita che sappiamo essersi consumata realmente. Ed è forse questo ciò che più affascina e spaventa.

La recitazione degli attori è sublime. Tutti giovanissimi ed alle prime esperienze. Natja Brunckhorst è decisamente credibile nei panni di Christiane F. Giovanissima nel 1981 ha dato alla protagonista un volto ed una espressione assolutamente perfetti, riuscendo a non apparire mai banale o poco attendibile.

Un gran bel film (tratto dall’omonimo libro-intervista), a mio avviso: semplice per forma, struttura e narrazione (sempre lineare, senza sbalzi temporali repentini) ma grande ed importante per contenuti e principi morali.
regia: Ulrich Edel; 1981

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