Tanto tempo fa, su questa terra, viveva una famiglia molto ricca, che aveva una figlia bellissima. Un giorno ella si ammalò gravemente. Non c’era medicina che potesse guarirla. Così il padre decise di chiedere aiuto ad un saggio. Egli disse: “Avete un cane giallo. È malevolo e dovete ucciderlo”. Il padre non ebbe coraggio di uccidere il cane giallo, ma per il bene della sua malata figlia doveva far qualcosa. Così lo nascose in una caverna da cui non sarebbe riuscito ad uscire. Ogni giorno gli portava da mangiare, ma uno di questi il cane scomparve. La figlia tornò allora a stare bene. Il motivo reale, però, era che si era innamorata di un giovane che, a causa del cane, non riusciva mai ad incontrare.
La favola del cane giallo, tipico esempio di tradizione mongola, è la storia su cui si basa il nuovo film della regista Byambasuren Davaa. Dopo la splendida realizzazione del suo film precedente, La storia del cammello che piange, ecco un nuovo capolavoro intellettuale che ci accompagna in una cultura altra, diversa da quella occidentale a cui siamo abituati.
Il cane giallo della Mongolia non è solo un film, ma molto di più. Un documentario eccezionale sulla vita di una famiglia nomade, i Batchuluun, che vive nell’angolo remoto di una steppa infinita nel Nordovest della Mongolia. Un padre che lavora sodo, una madre che si occupa dei campi e dei lavori domestici e tre figli, due splendide bambine ed un piccolo ragazzino testardo di un paio d’anni.
La protagonista, Nansa, è la figlia maggiore. Ha sei anni ed è appena tornata dalla città in cui va a scuola. Piena di entusiasmo non perde tempo e fa vedere ad un papà tanto emozionato ed orgoglioso i quaderni della scuola. La madre le sistema addosso un vestito nuovo, tanto diverso dalla divisa scolastica che indossava. Così Nansa ritrova le vesti delle sue origini ed è finalmente libera di giocare con la sorellina.
Eppure il tempo per giocare sembra tempo perduto. La madre di Nansa ha sempre qualcosa da farle fare… raccogliere lo sterco per il fuoco, aiutarla a preparare il formaggio, tenere a bada il fratellino dispettoso… Ma la giovane protagonista non si scoraggia affatto. Affronta tutto con l’entusiasmo dei più piccoli, con l’innocenza tipica di un’infanzia genuina e spensierata.
È probabilmente per questo che il pubblico in sala sorride quando Nansa combina un nuovo, piccolo disastro. E quando trova un cane in una caverna e decide di portarlo a casa? Ecco il carattere forte della bambina che si impunta col padre che il cane proprio non lo vuole. Ma lei lo ha trovato, e lei decide cosa farne.
Ciò che di eccezionale c’è nel film è che tutto è osservato con gli occhi di un bambino, e come un bambino lo spettatore osserva quei campi lunghi che la regista ci offre per scorgere un paesaggio splendido, naturale, vero. È come vivere un magnifico viaggio con la famiglia Batchuluun, per impararne tradizioni ed abitudini, credenze e valori.
La scena d’apertura del film ci introduce appieno nel mondo che andremo ad esplorare. Nansa e suo padre salgono su un monte, il cielo terso. Uno spazio vuoto tra cielo e terra, vita e morte (o meglio, non-morte) in cui i due protagonisti vanno a sostare. Un cane è appena morto e sono lì per seppellirlo. Allora Nansa chiede al padre “Perché gli sistemi la coda sotto la testa?”. “Perché così potrà rinascere uomo con la treccia, non cane con la coda”.
Il cane giallo della Mongolia commuove, appassiona, affascina. Non è solo un documentario ma neanche solo un film. La famiglia è reale e la loro vita si svolge davvero nei posti che osserviamo furtivamente sullo schermo nella sala buia. È la loro vita di tutti i giorni messa in mostra davanti ad un obiettivo che li scruta, li studia senza farsene accorgere. È una finestra sul loro mondo, sulla loro vita e sulla loro anima. Basta affacciarsi per uscire dallo stato di incapacità di osservare e di comprendere gli altri senza pregiudizi; senza dare per scontato che la nostra società sia quella “giusta”, dalla parte giusta della ragione. Basta aprire gli occhi e guardare oltre, molto oltre, per comprendere ed imparare che ci sono molte cose che non sappiamo. Non ancora, almeno.
regia: Byambasuren Davaa; 2005
La favola del cane giallo, tipico esempio di tradizione mongola, è la storia su cui si basa il nuovo film della regista Byambasuren Davaa. Dopo la splendida realizzazione del suo film precedente, La storia del cammello che piange, ecco un nuovo capolavoro intellettuale che ci accompagna in una cultura altra, diversa da quella occidentale a cui siamo abituati.
Il cane giallo della Mongolia non è solo un film, ma molto di più. Un documentario eccezionale sulla vita di una famiglia nomade, i Batchuluun, che vive nell’angolo remoto di una steppa infinita nel Nordovest della Mongolia. Un padre che lavora sodo, una madre che si occupa dei campi e dei lavori domestici e tre figli, due splendide bambine ed un piccolo ragazzino testardo di un paio d’anni.
La protagonista, Nansa, è la figlia maggiore. Ha sei anni ed è appena tornata dalla città in cui va a scuola. Piena di entusiasmo non perde tempo e fa vedere ad un papà tanto emozionato ed orgoglioso i quaderni della scuola. La madre le sistema addosso un vestito nuovo, tanto diverso dalla divisa scolastica che indossava. Così Nansa ritrova le vesti delle sue origini ed è finalmente libera di giocare con la sorellina.
Eppure il tempo per giocare sembra tempo perduto. La madre di Nansa ha sempre qualcosa da farle fare… raccogliere lo sterco per il fuoco, aiutarla a preparare il formaggio, tenere a bada il fratellino dispettoso… Ma la giovane protagonista non si scoraggia affatto. Affronta tutto con l’entusiasmo dei più piccoli, con l’innocenza tipica di un’infanzia genuina e spensierata.
È probabilmente per questo che il pubblico in sala sorride quando Nansa combina un nuovo, piccolo disastro. E quando trova un cane in una caverna e decide di portarlo a casa? Ecco il carattere forte della bambina che si impunta col padre che il cane proprio non lo vuole. Ma lei lo ha trovato, e lei decide cosa farne.
Ciò che di eccezionale c’è nel film è che tutto è osservato con gli occhi di un bambino, e come un bambino lo spettatore osserva quei campi lunghi che la regista ci offre per scorgere un paesaggio splendido, naturale, vero. È come vivere un magnifico viaggio con la famiglia Batchuluun, per impararne tradizioni ed abitudini, credenze e valori.
La scena d’apertura del film ci introduce appieno nel mondo che andremo ad esplorare. Nansa e suo padre salgono su un monte, il cielo terso. Uno spazio vuoto tra cielo e terra, vita e morte (o meglio, non-morte) in cui i due protagonisti vanno a sostare. Un cane è appena morto e sono lì per seppellirlo. Allora Nansa chiede al padre “Perché gli sistemi la coda sotto la testa?”. “Perché così potrà rinascere uomo con la treccia, non cane con la coda”.
Il cane giallo della Mongolia commuove, appassiona, affascina. Non è solo un documentario ma neanche solo un film. La famiglia è reale e la loro vita si svolge davvero nei posti che osserviamo furtivamente sullo schermo nella sala buia. È la loro vita di tutti i giorni messa in mostra davanti ad un obiettivo che li scruta, li studia senza farsene accorgere. È una finestra sul loro mondo, sulla loro vita e sulla loro anima. Basta affacciarsi per uscire dallo stato di incapacità di osservare e di comprendere gli altri senza pregiudizi; senza dare per scontato che la nostra società sia quella “giusta”, dalla parte giusta della ragione. Basta aprire gli occhi e guardare oltre, molto oltre, per comprendere ed imparare che ci sono molte cose che non sappiamo. Non ancora, almeno.
regia: Byambasuren Davaa; 2005
3 commenti:
sai che dovevo proprio andarlo a vedere ma poi tra una cosa è l'altro è sparito dalle sale senza che io me ne accorgessi? :.(
brava, complimenti!
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