Un immenso raggio di luce che inonda tutto ciò che circonda. Una certezza che da sempre è accolta nell’animo. Un senso di concretezza che ci spinge a continuare, senza fermarci mai. Nessuna possibilità che tutto svanisca, cancellando irrimediabilmente ogni traccia di sé.
La perfezione che da sempre auspichiamo per la nostra mente, per la nostra vita, è ad un palmo da noi. Eppure irraggiungibile.
È un’opera d’arte che osserviamo e da cui impariamo. I ricordi sono tutto ciò che abbiamo. Riusciamo ad essere felici di esserci perché riusciamo a ricordare che siamo qui. Siamo infuriati col mondo perché ricordiamo che non sempre le cose sono andate come avrebbero dovuto.
Ed è lì, a ridosso dei nostri ricordi, che tutto ha un senso.
Immaginiamo ora che, per un istante, tutto questo svanisca.
Il raggio di luce si infittisce a tal punto da divenire scuro, sempre di più. L’immensa luminosità si trasforma ed inizia a velare il senso delle cose, fino a renderci ciechi. Un raggio di tenebre che occulta il nostro mondo.
Ad un tratto è un’opera d’arte fittizia, che non esiste al di fuori di quello che siamo in quel preciso istante della nostra vita. Tutto è cancellato, l’oblio ha il sopravvento e nulla ha più il senso di una volta.
Intorno il nero dell’incertezza. Le unghie lacerano vecchi specchi, divorandoli. Impossibile restare, necessario fuggire. Dove non ci è dato saperlo.
E se è vero che tutto ciò che ci appartiene è il mero frutto delle nostre esperienze, senza la nostra memoria non ci è dato di esistere.
Corpi trasformati in involucri vuoti e scuri che ben poco hanno a che fare con l’opera d’arte. Non più fittizia, ma inesistente nel suo essere irrimediabilmente inutile.
In un istante la perfezione diviene mancanza e tutto perde di significato. Ciò che eravamo ora non siamo più e ciò che avremmo voluto essere non è mai esistito.
La vita in uno specchio che non riflette.
Tutto è lì, ad un palmo da noi, eppure irraggiungibile.
I significati e le certezze che da sempre ci seguivano nei nostri percorsi, nei sogni, nelle aspettative sono svaniti in una nube di esitazione, di perplessità.
Difficile restare fermi, impossibile non ribellarsi all’idea di un tale sfacelo. Per cosa, poi? Per riavere indietro qualcosa che non ricordiamo di aver avuto. Per ottenere ciò che non sappiamo di aver desiderato.
Il gusto di ciò che abbiamo assaporato; il colore di ciò che abbiamo visto; il profumo di ciò che abbiamo odorato; la consistenza di quanto le nostre mani abbiano sfiorato... Ad un tratto non sappiamo più. Esperienze mai fatte, mai provate.
Per la prima volta ci troviamo ad aprire gli occhi.
E nella brama di (ri)scoprire, persistiamo nel tentativo di (ri)creare quell’opera d’arte che, da fittizia, torna incredibilmente ad essere vera, perfetta, vissuta, ricordata.
La perfezione che da sempre auspichiamo per la nostra mente, per la nostra vita, è ad un palmo da noi. Eppure irraggiungibile.
È un’opera d’arte che osserviamo e da cui impariamo. I ricordi sono tutto ciò che abbiamo. Riusciamo ad essere felici di esserci perché riusciamo a ricordare che siamo qui. Siamo infuriati col mondo perché ricordiamo che non sempre le cose sono andate come avrebbero dovuto.
Ed è lì, a ridosso dei nostri ricordi, che tutto ha un senso.
Immaginiamo ora che, per un istante, tutto questo svanisca.
Il raggio di luce si infittisce a tal punto da divenire scuro, sempre di più. L’immensa luminosità si trasforma ed inizia a velare il senso delle cose, fino a renderci ciechi. Un raggio di tenebre che occulta il nostro mondo.
Ad un tratto è un’opera d’arte fittizia, che non esiste al di fuori di quello che siamo in quel preciso istante della nostra vita. Tutto è cancellato, l’oblio ha il sopravvento e nulla ha più il senso di una volta.
Intorno il nero dell’incertezza. Le unghie lacerano vecchi specchi, divorandoli. Impossibile restare, necessario fuggire. Dove non ci è dato saperlo.
E se è vero che tutto ciò che ci appartiene è il mero frutto delle nostre esperienze, senza la nostra memoria non ci è dato di esistere.
Corpi trasformati in involucri vuoti e scuri che ben poco hanno a che fare con l’opera d’arte. Non più fittizia, ma inesistente nel suo essere irrimediabilmente inutile.
In un istante la perfezione diviene mancanza e tutto perde di significato. Ciò che eravamo ora non siamo più e ciò che avremmo voluto essere non è mai esistito.
La vita in uno specchio che non riflette.
Tutto è lì, ad un palmo da noi, eppure irraggiungibile.
I significati e le certezze che da sempre ci seguivano nei nostri percorsi, nei sogni, nelle aspettative sono svaniti in una nube di esitazione, di perplessità.
Difficile restare fermi, impossibile non ribellarsi all’idea di un tale sfacelo. Per cosa, poi? Per riavere indietro qualcosa che non ricordiamo di aver avuto. Per ottenere ciò che non sappiamo di aver desiderato.
Il gusto di ciò che abbiamo assaporato; il colore di ciò che abbiamo visto; il profumo di ciò che abbiamo odorato; la consistenza di quanto le nostre mani abbiano sfiorato... Ad un tratto non sappiamo più. Esperienze mai fatte, mai provate.
Per la prima volta ci troviamo ad aprire gli occhi.
E nella brama di (ri)scoprire, persistiamo nel tentativo di (ri)creare quell’opera d’arte che, da fittizia, torna incredibilmente ad essere vera, perfetta, vissuta, ricordata.
2 commenti:
complimenti! sai, leggendo le tue righe mi sono tornate alla mente le parole con cui Roland Barthes spiegava il fascino di una foto che ritraeva un condannato a morte: "...il giovane sta aspettando la propria impiccagione [...] io nello stesso tempo leggo quello che è stato e quello che sarà [...] la fotografia mi dice la morte al futuro." forse anche questo è un esempio di quella sorta di "conscia allucinazione" di cui ti hai parlato, no? ciaociao
Esatto, qualcosa del genere. Mi capitava di riflettere su come la nostra vita dipenda in tutto e per tutto dai nostri ricordi... fa paura ma è una sensazione fantastica. :)
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