"Ma che dici? Pensi alla barba quando stanno per tagliarti la testa?!"
I sette samurai; Akira Kurosawa, 1954
sabato 23 giugno 2007
lunedì 11 giugno 2007
La Passione di Cristo
C’è chi, in alcuni casi, non va oltre e decide di non guardare. C’è chi si ferma davanti ad uno schermo tappandosi occhi ed orecchie (mai la bocca…). C’è chi giudica senza aver visto e chi, dopo aver dato un’occhiata superficiale, grida all’oltraggio.
Tanta pubblicità mediatica per un film attesissimo che, qualche anno fa, fece scalpore. Qualcuno lo ama ma, soprattutto, qualcuno lo odia.
Certamente non più blasfemo di L’ultima tentazione di Cristo (Martin Scorsese, 1988) o dei numerosissimi film realizzati sul tema, La Passione di Cristo racconta le ultime dodici ore della vita di Gesù: le flagellazioni, le torture, la crocifissione. Il tutto intervallato da flashback relativamente brevi dei “bei tempi che furono”, quando Gesù godeva ancora della brama dei suoi discepoli.
Scompare finalmente quella sensazione del divino che abitava in Gesù di Nazareth (Franco Zeffirelli) o ne Il Messia (Roberto Rossellini). Entrambe opere sincretiche che narrano la vita di Cristo in toni biografici che mescolano umano e trascendentale.
Mel Gibson fa tutt’altro. Pur ispirandosi al Vangelo (e cercando di esservi il più fedele possibile), Gibson evita di dare giudizi, di emettere sentenze. Il racconto si svolge davanti alla macchina da presa proprio così come il regista suppone che sia avvenuto. Non c’è giudizio sul punto di vista (giusto o sbagliato) dell’autore: Cristo ha sofferto terribilmente dopo esser stato tradito da chi diceva di amarlo, questo è quanto.
E, a pensarci bene, non è ciò che prima o poi accade ad ognuno di noi?
La Passione di Cristo riflette su questa condizione dell’essere umano, vissuta in primis da Gesù Cristo e poi tramandata al mondo intero. Un concetto semplice (probabilmente banale) che spiega molte delle scelte stilistiche e tematiche prese da Mel Gibson.
Un film universale, recitato interamente in Latino ed Aramaico e sottotitolato per facilitarne la comprensione (grazie, Mel). Un cast particolare che si è rivelato eccezionale.
Una Monica Bellucci stranamente brava e commovente nei panni di Maria Maddalena; una Claudia Gerini niente male nel ruolo della moglie di Pilato; sorprende la scelta di inserire nel cast Sabrina Impacciatore, sempre più presente nel panorama cinematografico.
Incantevole l’interpretazione di James Caviezel, il Cristo scelto da Gibson. Seppur sostituito dalla controfigura Brandon Reininger nelle scene più audaci, Caviezel rende bene l’idea dell’atroce supplizio subito circa due millenni fa.
Un’immagine tanto inquietante quanto ambigua è quella del diavolo: una donna con la testa rasata, un manto nero che la avvolge completamente, occhi tanto chiari quasi da sembrare bianchi (le lenti a contatto fanno miracoli!). Rosalinda Celentano stringe tra le braccia un bambino mostruoso ed è l’incarnazione del male.
A La Passione di Cristo non manca davvero nulla per essere considerato un buon film. Recitazione ottima, una buona fotografia ed una regia interessante; nessun (pre)giudizio in fase di realizzazione e tanta voglia di raccontare. Un tema controverso, quello della morte di Cristo, determina in parte le sorti del film.
Si parla di blasfemia, di sfruttamento commerciale dell’immagine religiosa, di violenza gratuita.
Ma stiamo scherzando o cosa?!
Credete davvero che La Passione di Cristo sia più blasfemo di Jesus Christ Superstar?!
Siete realmente convinti che il film di Gibson sia l’unico a sfruttare un’immagine religiosa? Ammesso e non concesso che la promozione del film sia stata esageratamente pressante, non è forse accaduto lo stesso per L’esorcismo di Emily Rose, Stigmate e chi più ne ha più ne metta?
E ancora… La Passione di Cristo è un film violento? Eccome!
Non avrebbe potuto essere altrimenti. Le carni massacrate, il sangue che scorre sulla croce, il volto straziato, la cattiveria dell’uomo. Questa è la violenza che Gibson ci propone. Una violenza triste e tremendamente vera. Di sicuro non gratuita.
Non sarà semplicemente che si è ancora troppo legati al concetto di divino inspiegabile, temibile e quindi, per conseguenza diretta, irraccontabile?
Tanta pubblicità mediatica per un film attesissimo che, qualche anno fa, fece scalpore. Qualcuno lo ama ma, soprattutto, qualcuno lo odia.
Certamente non più blasfemo di L’ultima tentazione di Cristo (Martin Scorsese, 1988) o dei numerosissimi film realizzati sul tema, La Passione di Cristo racconta le ultime dodici ore della vita di Gesù: le flagellazioni, le torture, la crocifissione. Il tutto intervallato da flashback relativamente brevi dei “bei tempi che furono”, quando Gesù godeva ancora della brama dei suoi discepoli.
Scompare finalmente quella sensazione del divino che abitava in Gesù di Nazareth (Franco Zeffirelli) o ne Il Messia (Roberto Rossellini). Entrambe opere sincretiche che narrano la vita di Cristo in toni biografici che mescolano umano e trascendentale.
Mel Gibson fa tutt’altro. Pur ispirandosi al Vangelo (e cercando di esservi il più fedele possibile), Gibson evita di dare giudizi, di emettere sentenze. Il racconto si svolge davanti alla macchina da presa proprio così come il regista suppone che sia avvenuto. Non c’è giudizio sul punto di vista (giusto o sbagliato) dell’autore: Cristo ha sofferto terribilmente dopo esser stato tradito da chi diceva di amarlo, questo è quanto.
E, a pensarci bene, non è ciò che prima o poi accade ad ognuno di noi?
La Passione di Cristo riflette su questa condizione dell’essere umano, vissuta in primis da Gesù Cristo e poi tramandata al mondo intero. Un concetto semplice (probabilmente banale) che spiega molte delle scelte stilistiche e tematiche prese da Mel Gibson.
Un film universale, recitato interamente in Latino ed Aramaico e sottotitolato per facilitarne la comprensione (grazie, Mel). Un cast particolare che si è rivelato eccezionale.
Una Monica Bellucci stranamente brava e commovente nei panni di Maria Maddalena; una Claudia Gerini niente male nel ruolo della moglie di Pilato; sorprende la scelta di inserire nel cast Sabrina Impacciatore, sempre più presente nel panorama cinematografico.
Incantevole l’interpretazione di James Caviezel, il Cristo scelto da Gibson. Seppur sostituito dalla controfigura Brandon Reininger nelle scene più audaci, Caviezel rende bene l’idea dell’atroce supplizio subito circa due millenni fa.
Un’immagine tanto inquietante quanto ambigua è quella del diavolo: una donna con la testa rasata, un manto nero che la avvolge completamente, occhi tanto chiari quasi da sembrare bianchi (le lenti a contatto fanno miracoli!). Rosalinda Celentano stringe tra le braccia un bambino mostruoso ed è l’incarnazione del male.
A La Passione di Cristo non manca davvero nulla per essere considerato un buon film. Recitazione ottima, una buona fotografia ed una regia interessante; nessun (pre)giudizio in fase di realizzazione e tanta voglia di raccontare. Un tema controverso, quello della morte di Cristo, determina in parte le sorti del film.
Si parla di blasfemia, di sfruttamento commerciale dell’immagine religiosa, di violenza gratuita.
Ma stiamo scherzando o cosa?!
Credete davvero che La Passione di Cristo sia più blasfemo di Jesus Christ Superstar?!
Siete realmente convinti che il film di Gibson sia l’unico a sfruttare un’immagine religiosa? Ammesso e non concesso che la promozione del film sia stata esageratamente pressante, non è forse accaduto lo stesso per L’esorcismo di Emily Rose, Stigmate e chi più ne ha più ne metta?
E ancora… La Passione di Cristo è un film violento? Eccome!
Non avrebbe potuto essere altrimenti. Le carni massacrate, il sangue che scorre sulla croce, il volto straziato, la cattiveria dell’uomo. Questa è la violenza che Gibson ci propone. Una violenza triste e tremendamente vera. Di sicuro non gratuita.
Non sarà semplicemente che si è ancora troppo legati al concetto di divino inspiegabile, temibile e quindi, per conseguenza diretta, irraccontabile?
regia: Mel Gibson; 2004
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