Benvenuti in Riflessi d'arte... un luogo in cui leggere e scrivere di arte. Un mondo fatto di sogni concreti ed appassionati. Alcuni dei miei pensieri sui miei artisti preferiti, recensioni di film e libri, riflessioni sul mondo dell'arte... Dal cinema, alla televisione, alla pittura, sino al teatro... Cerchiamo la cultura laddove essa esiste, facciamola emergere e viviamo con lei le emozioni che brama regalarci.

lunedì 28 maggio 2007

Disgustoso...

In Olanda la tv BNN in collaborazione con la casa di produzione Endemol lancia "Il grande donatore-show", una sorta di “Grande fratello” in cui una malata terminale deciderà a chi dare il suo organo.
Ragazzi... ma stiamo scherzando?! Difficile credere che si potesse scendere a livelli più bassi di quelli raggiunti fino a poco tempo fa, ma a quanto pare è possibile eccome. Ho sentito questa notizia al TG oggi... e mi ha sinceramente nauseata. Fare soldi e audience sulla malattia fa veramente schifo, non riesco a trovare un termine più calzante.
Sconcertante poi che qualcuno effettivamente partecipi a questa mise en scène dell'idiozia e dell'inumanità più concreta. Finché volete propinarmi a forza quei cretini di Amici che non fanno che litigare dalla mattina alla sera (tra l'altro dando un pessimo esempio ai giovani che li guardano inebetiti davanti allo schermo) o quel mercatino dell'usato che è diventato Uomini e donne ok, fate pure. Ma la malattia no, quella lasciatela stare. Finché volete dare un milione di euro a uno di quei dementi del Grande fratello (che nella vita sanno sculettare, dire parolacce e ruttare dopo pranzo, nient'altro) fate pure. Mi deprime altamente, e mi fa rabbia. Ma fate pure.
Ma la malattia no... Eh, no, quello proprio è troppo! Ma che razza di gente è quella che partorisce un'idea così malsana e disumana?! Completamente fuori controllo, la società inizia seriamente a fare schifo. Mi vergogno molto, davvero. Mi vergogno del mondo schifoso che continua a vomitare sulla gente; mi vergogno di viverci, in questo mondo. Scansarsi più in là serve ormai a nulla, ma fare qualcosa è impossibile. Finché i giovani (i futuri cittadini di questo mondo, che Dio ci salvi) continueranno ad essere tanto ebeti da non capire... allora ci sarà poco da fare. Se solo non fosse la maggioranza a contare...
Che schifo...

sabato 26 maggio 2007

Una mattina in piazza...

Quella mattina ero appena uscita dal pub dove lavoro. Era un’ora particolarmente tarda perché quella notte, allo Stepps, c’era stata una festa per i diciotto anni di mia cugina.
Mi era già capitato di passare per quella piazza, ma non avevo mai notato quanto fosse grande, dispersiva e triste. Forse perché non mi era mai capitato prima di attraversarla all’alba, quando le serrande degli alimentari si stanno alzando e gli uomini escono assonnati dalle loro case per andare a lavoro.

Non avevo voglia di tornare a casa, così mi sedetti sulla panchina più vicina. Chiusi un istante gli occhi, come per scacciare via la malinconia che quella triste atmosfera mi metteva addosso. Riaprendoli scorsi un uomo. Era ben vestito; portava un completo nero e, sulla camicia bianca, una cravatta rossa. La prima cosa che pensai fu “cielo, com’è vistosa quella cravatta!” e sorrisi canzonandolo. L’uomo si avvicinò e, guardandolo meglio, mi accorsi che aveva appena pianto. Aveva gli occhi arrossati e lucidi e le ciglia bagnate. Il suo sguardo era triste, fisso nel vuoto. Camminava senza sapere dove andasse. Mi sentii in colpa per il modo in cui lo avevo deriso e mi venne una gran voglia di parlargli.

Decisi di non dire nulla e lo guardai mentre si allontanava lentamente passandomi accanto.
L’alba incombeva sulla piazza illuminando la fontana zampillante al centro. Dietro una piccola edicola veniva aperta. Un ragazzo molto giovane aprì la serranda con molta forza, quasi non si fosse accorto che erano solo le cinque e trenta del mattino. Sistemò frettolosamente i pacchi di giornali ancora freschi di stampa, a terra. Lo osservavo sorridendo, quando fui attratta da una figura ben più particolare. Credevo di aver visto male, così allungai lo sguardo per esserne sicura.
Una bambina?! A quell’ora una bambina tutta sola?!
“Non è possibile!” pensai. Mi alzai di scatto e la raggiunsi. Era seduta in un angolo, accovacciata su sé stessa, e sembrava piangesse. Non potevo esserne certa perché i capelli lunghi e biondi, le coprivano il viso e parte del piccolo corpo.
“Cosa fai qui da sola, piccolina?” le chiesi, inginocchiandomi di fronte a lei, con un tono il più dolce possibile.

Alzò la testa e, con mio grande stupore, mi sorrise gentilmente e “Aspetto la mamma!”. Rimasi a bocca aperta nel vedere quel bel sorriso.
“Non posso credere che la tua mamma ti abbia lasciata qui da sola!”. Ero davvero incredula.
Per un attimo ci fu un silenzio totale. La piazza smise di vivere ed il sorriso sul volto di quella bella bambina si spense. I suoi occhi si fecero tristi. Doveva aver capito che ne ero dispiaciuta, ma mi sorrise di nuovo, a stento. Non sapevo proprio cosa dire e rimasi lì, immobile, senza parlare.

“Allontanati immediatamente da mia figlia!” mi urlò qualcuno. Mi voltai lentamente e la vidi. Una donna mi correva incontro. Pensai che volesse picchiarmi e mi spaventai. Ma non feci in tempo a scansarmi che la bambina bionda si mise tra me e la madre. Quest’ultima la guardò disapprovando, ma si calmò. Ebbi modo di osservarla meglio. Era vestita in modo molto vistoso ed i suoi occhi, truccati pesantemente, avevano un’aria colpevole.
“Non sai nulla di me e della mia vita. Vattene!” mi disse, scandendo ogni parola con molta calma e trattenendo il pianto.

Annuii lentamente e mi allontanai pensando che quella donna non avesse poi tutti i torti. Molte vite si intrecciano le une con le altre, modificandosi o, come a volte accade, rimanendo invariate.
Guardai il cielo ed il sole era già alto.

sabato 19 maggio 2007

L’homme de cendres

Il lungometraggio d’esordio di Nouri Bouzid, L’homme de cendres, segna definitivamente la poetica del regista che caratterizzerà tutta la sua opera. L’autore, noto per essere uno dei registi più sovversivi del suo Paese, la Tunisia, ci racconta la storia di Hachemi e Farfat, due ragazzi segnati profondamente da un passato infame e da un’infanzia strappatagli via da un datore di lavoro troppo “esigente”.

Una violenza sessuale subita in giovane età è ciò che distrugge le vite dei due giovani ragazzi che, una volta uomini, hanno ancora i loro fantasmi con cui lottare, le loro paure da sconfiggere. Ed i ricordi affiorano esausti, vogliono uscir fuori da un animo che li reprime da troppo, troppo tempo. È ciò che accade ad Hachemi, prima delle sue nozze.

Impossibile per lui vivere un normale rapporto con la sua futura moglie; troppe le incertezze, troppi i ricordi. Ed è per questo che la sola vista di luoghi ed oggetti già incontrati da bambino non può far altro che riportare Hachemi indietro nel tempo. Rivive la sua terribile esperienza di bambino violentato ed è come se fosse impossibile per lui sopravvivere.

La musica nel film ci coinvolge a tal punto da renderci partecipi dei flashback del protagonista, con un ritmo esasperante che riprende il semplice suono di un battito cardiaco, di tanti battiti, che accelerano e decelerano a seconda di ciò che la mente detta, senza potersi sottrarre alla sua volontà.

Farfat è l’amico per eccellenza di Hachemi. Il suo destino tende ad essere molto diverso da quello dell’amico. Una volta saputo dello stupro subito dal figlio, il padre di Farfat lo caccia di casa. Non ha più un posto dove andare e si rifugia dove può, consapevole di essere comunque una persona che i suoi amici ammirano e rispettano, nonostante il suo carattere irascibile che lo rende, a volte, davvero intrattabile.

Ad ogni modo, il disagio di Farfat è reale, concreto; il suo destino irrecuperabile. Per questo non riesce a pensare ad altro che ad un gesto estremo. Quale modo migliore di liberarsi del problema se non attaccarlo alla fonte? Che tradotto nei termini della storia raccontata non può che significare uccidere l’autore dello stupro, Ameur.

L’homme de cendres ci propone una regia ben curata, cui molto ha da offrire una fotografia realistica ma ricercata, con luci spesso soffuse e ben distribuite nell’inquadratura. Certo lo stile di Bouzid è destinato a migliorare nettamente col passare degli anni, questo è fuori discussione. Ma già in questa prima pellicola l’autore promette un talento eccezionale che riuscirà a sfruttare al meglio.

Il ritmo della narrazione è incalzante, senza punti morti che interferiscono col livello d’attenzione di uno spettatore, in questo caso, affascinato e perplesso al tempo stesso.

Una storia attuale, non c’è che dire, quella de L’homme de cendres, film datato 1986. Un ottimo esordio del Bouzid che conosciamo, un regista che da sempre tratta temi scomodi che raccontano del suo Paese e della società in cui da sempre vive, una Tunisia moderna che tenta di uscire dai canoni che le vengono imposti. Una Tunisia che trema di fronte a problemi comuni che riguardano non solo l’Oriente o l’Occidente, ma il mondo intero. Per questo parlare di Continenti diversi e divisi nel cinema di Nouri Bouzid non ha davvero senso alcuno.
regia: Nouri Bouzid; 1986

sabato 12 maggio 2007

Uno sfogo...

Inizia ad essere sconcertante. Imbarazzante, oserei dire. L’ignoranza regna sovrana tra i giovani del tempo e la felice consapevolezza di essere vuoti dentro inizia seriamente a farla da padrona. Il tempo passa e la situazione peggiora irrimediabilmente. Si è stupidi ed incredibilmente felici di esserlo. Sarà che va di moda l’idiozia, non lo so. Ma a me fa tristezza, e molta.
Avete provato a guardare la televisione, recentemente? Dai, sul serio. Mi sento enormemente presa per i fondelli.
Riflettiamo. In silenzio, seriamente. Iniziamo a girare canale, diamo un’occhiata insieme… L’isola dei famosi, La pupa e il secchione, Uomini e donne, Amici, La fattoria, Grande Fratello… chi più ne ha più ne metta, insomma.
E basta! Ma non se ne può proprio più! Alzi la mano chi prenderebbe a sassate quel genio del buonsenso che continua a guardare programmi simili. Beh, si capisce… audience alta, molti guadagni, quindi chissenefrega dell’esempio di vita! I ragazzini emulano, e poi ci lamentiamo… Trasmettiamo Wrestling alle sette di sera e ci meravigliamo che i ragazzini di oggi sono più scemi e violenti. Ma dai?!
Comunque… A fronte di tutto ciò, proviamo a cercare qualcosa che tenga occupata la mente, un programma istruttivo, se non proprio pedagogico, almeno utile! Ed ecco a voi Verissimo, un programma di informazione, cronaca e costume che tanto migliora la qualità del palinsesto di Canale 5. Pantaloni all’ultimo grido, tette rifatte, sederi finti e buchi di cellulite sono gli argomenti portanti della puntata tipo. Ma anche gossip, gossip ed ancora gossip.
Ho capito… Sono del tutto rassegnata. Ora so che non posso fare altro che aspettare un telegiornale. Il caro, vecchio TG della sera, con le sue notizie da prima pagina che narrano cosa di più importante accade nel mondo. Ed eccolo, finalmente, alle 20.00, puntuale e fedele ogni giorno!
Silenzio! Inizia, inizia… Finalmente! Diecimila letterine scritte per il piccolo Samuele e la sua mamma (forse)assassina (e lasciateli in pace, che diamine!) e lette con una imbarazzante drammatizzazione acchiappa-ascolti; il milionesimo incidente di cui si parlerà una settimana (con un’ipocrisia che ha del ridicolo, ovviamente); il servizio di venti minuti su quella che deve proprio essere l’estate più calda degli ultimi cento anni (e lo dicono ogni anno! Preoccupante…); della valletta di Teo Mammucari che mangia pane e mortadella (vi giuro, l’ho sentito oggi e stavo per svenire dall’emozione…). Ed ancora calcio, scommesse, meteo… e gossip. Sì, ancora gossip. Ma non solo… il resoconto giornaliero del meglio del Grande Fratello! Di nuovo?! Che schifo…