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giovedì 19 luglio 2007

Il Grande Capo

Una voce off inizia a raccontare. È la storia narrata con note di ironia e comicità controllata ad incuriosire lo spettatore. Un regista che racconta di essere un regista; una messa in scena che si presenta appunto come tale. Lars Von Trier ci dice che quello che stiamo per vedere è un film, o meglio, una commedia. Non bisogna aspettarsi grandi retoriche o geniali colpi di scena: è una commedia che vuol far divertire, non certo riflettere.

Il regista si prende in giro e, cosa non certo da poco, sottovaluta il suo film, pur sapendo quale spessore in realtà abbia. Ragionamento che pochi autori possono permettersi di compiere, e Von Trier è sicuramente uno di questi.

Un attore mediocre, Kristoffer (Jens Albinus), viene ingaggiato per un lavoro che di certo ha del particolare: è il grande capo di una importante azienda, e deve discutere con qualcuno di un affare importante. Ovviamente colui che lo ha ingaggiato vuole assolutamente che lui si affidi totalmente al copione, evitando ogni tipo di improvvisazione. Un dialogo banale e semplice per chiunque, tranne che per Kristoffer, attore convinto di saperla lunga sulla recitazione, ma che in realtà va nel pallone ad ogni minimo intoppo.

Il “grande capo” deve farsi conoscere e prendersi ogni responsabilità per l’operato di qualcun altro: Ravn (Peter Gantzler), ufficialmente il tirapiedi del direttore-capo dell’azienda, in realtà il proprietario effettivo e l’unico in grado di prendere decisioni. Ravn si nasconde dietro il finto capo per sfruttare i suoi dipendenti, uno più fuori di testa dell’altro.
Kristoffer si cala nel personaggio, inizia a vivere nei suoi panni, ma non è d’accordo con la politica di defalcazione attuata da Ravn, sempre meno sensibile ai problemi dei dipendenti e sempre più interessato ai suoi profitti personali. I problemi iniziano proprio per questa serie di circostanze.

Impossibile negare l’intelligenza del film, completamente incentrato su tutto un insieme di problematiche morali legate non solo a questioni riguardanti un ambiente lavorativo non ostile, ma anche a quel difficile rapporto che ognuno di noi ha con la propria coscienza. Non sempre si è in grado di stabilire ciò che è giusto da ciò che non lo è, ed è così che tutto diventa relativo. Lars Von Trier ci permette di ridere su ogni cosa: la follia di un dipendente che prende a pugni il suo capo, la collega che piange ogni tre secondi, un suicidio col cavo della fotocopiatrice…

Una riflessione che nasce spontanea durante il percorso che i personaggi compiono nel film. Anche se ampio spazio viene lasciato alla simpatica ironia che l’autore mette in scena attraverso una continua allusione al mondo artificiale, contraddittorio ed equivoco del teatro (e, perché no, anche del cinema). Un attore completamente dedito agli insegnamenti virtuali di un esponente incompreso (chiaramente inventato dall’autore) del teatro moderno, Gambini, a cui continua ad ispirarsi, qualunque cosa debba fare.
L’ossessione di Kristoffer diventa in alcuni momenti esilarante, oserei dire disarmante. Un equivoco dopo l’altro, e tutto continua a complicarsi sempre di più, finché alla fine non si arriva alla soluzione. Più o meno discutibile.
È la macchina da presa che riprende il teatro e lo fa diventare cinema. Così come in Dogville ma in linee registiche e tematiche sicuramente diverse ed altre, l’autore ripropone un film che finisce con l’essere più che teatrale. Continui salti repentini da un’inquadratura all’altra, senza troppo preoccuparsi di raccordi di movimento, rendono il ritmo del film incalzante, nonostante questo proponga come unica (o quasi) ambientazione l’insieme di piccoli uffici dell’azienda.

regia: Lars Von Trier; 2006

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