Harry Block (Woody Allen) entra in crisi dopo la pubblicazione del suo ultimo libro, eccessivamente autobiografico. Sì, perché dopo aver raccontato al mondo intero la relazione adulterina che aveva vissuto con la sorella più giovane della sua seconda moglie, non poteva aspettarsi di non essere odiato a morte da tutti. Nei suoi romanzi ha la cattiva abitudine di raccontare la sua vita e, per logica conseguenza, quella delle persone che gli stanno attorno, senza curarsi troppo degli effetti devastanti che queste confessioni hanno sull’esistenza altrui.
Mascherando la verità solo cambiando i nomi dei protagonisti ed enfatizzando un po’ ogni episodio non si ottengono buoni risultati sul piano sociale.
Per questo il protagonista non dovrebbe stupirsi se in occasione della sua onorificenza organizzata alla Adair University (la sua vecchia università da cui, non a caso, era stato cacciato via) si ritrova a dover andare da solo. Lo sconforto è tanto da far pagare al protagonista cinquecento dollari per la compagnia di Cookie, una prostituta di colore, che dovrà passare con lui una giornata intera ed accompagnarlo durante il viaggio. Ai due si aggiungeranno il figlio di Harry di nove anni, rapito all’uscita da scuola, ed un amico, Richard (Bob Balaban) incontrato per caso dal cardiologo.
Harry ha il cosiddetto blocco dello scrittore (a pensarci bene il suo cognome è proprio Block, e non crediate sia un caso) e ciò lo rende isterico e paranoico. Lui riversa sulle sue pagine elementi della propria vita ed uno smarrimento letterario non può non portare ad una perdita di senso esistenziale. Per sua stessa ammissione il protagonista è “un tizio che non sa funzionare bene nella vita ma funziona bene nell’arte”. E questo si riscontra nel migliore dei modi nel finale che propone una carrellata di tutti i personaggi da lui inventati e che vivono nei suoi romanzi e racconti che lo festeggiano (e che sembrano essere gli unici a poterlo fare). In questo finale felliniano (tra l’altro il Woody-Harry del film ed il Mastroianni-Guido di 8 1\2 attraversano la stessa crisi creativa) si ha un ritorno alla fiducia in se stesso del protagonista: i suoi personaggi, che rappresentano ognuno una parte più o meno significativa di sé, sono lì, a festeggiarlo perché non possono fare a meno di lui, come lui non riesce a fare a meno di loro.
Harry a pezzi (titolo originale Deconstructing Harry) può essere facilmente interpretato come il racconto onirico di una realtà, della vita reale del protagonista, un erotomane e sessuomane convinto che un erotismo randagio e fugace, senza sentimento alcuno, sia la risposta ad ogni problema emozionale ed esistenziale (è incredibile quante volte si riesca ad utilizzare la parola “pompino” in un film!). Egli racconta storie che parlano di sesso, con prostitute, ammiratrici, pazienti della moglie psichiatra o giovani donne incontrate per caso, alla fermata dell’autobus magari. Ma lo fa con sarcasmo ed ironia (la scena iniziale del film, subito dopo i titoli di testa, vede una scena di sesso adulterino consumato davanti agli occhi di una nonna ingenua e, fortunatamente, cieca).
Un sogno ad occhi aperti accompagna Harry in mondi diversi, attraverso le situazioni più disparate che coinvolgono ex furiose che minacciano di sparargli su un tetto, psichiatre folli ed isteriche che fanno scoppiare in lacrime pazienti gridando fragorosamente, prostitute di varie nazionalità ed incontri con la morte che bussa alla nostra porta.
Ed il sogno sembra non finire mai, purtroppo o per fortuna.
L’atmosfera surreale di un film sopra le righe come questo è resa possibile da un tipo di fotografia particolare e dai colori molto forti (in una sequenza Harry e Fay ballano un lento avvolti da una luce rossa molto intensa), curata da Carlo Di Palma, e da un montaggio impulsivo (Susan Morse) carico di jump cuts e stacchi amari e duri che interrompono un discorso proprio sul più bello, come se il regista (Woody Allen) non volesse farci ascoltare qualcosa di non necessario. E proprio il tipo di montaggio e lo stile registico immediato e diretto di Allen propongono in maniera esilarante un intercalarsi nell’onirica vicenda di Harry fino ad accompagnarlo nel suo viaggio in ascensore alla scoperta di un inferno piuttosto accogliente (c’è addirittura l’aria condizionata) dove non sarebbe male per lui vivere.
Il cast artistico è formato da ottimi professionisti che recitano in maniera esponenziale accanto ad un Woody ironico e geniale. Tra i protagonisti è impossibile restare indifferenti alla brillante interpretazione di Judy Davis (nel film è Lucy, la sorella di una delle mogli di Harry, con cui lui ha una relazione); alla partecipazione di Robin Williams (l’attore perennemente fuori fuoco); alla recitazione isterica di Kristie Alley (nel ruolo di Joan) ed a quella più controllata ma egualmente di impatto di Elisabeth Shue (nei panni di Fay, una giovane e bella ammiratrice dapprima innamorata ma che lo lascerà per sposare Larry, interpretato da Billy Cristal).
regia: Woody Allen, 1997
Mascherando la verità solo cambiando i nomi dei protagonisti ed enfatizzando un po’ ogni episodio non si ottengono buoni risultati sul piano sociale.
Per questo il protagonista non dovrebbe stupirsi se in occasione della sua onorificenza organizzata alla Adair University (la sua vecchia università da cui, non a caso, era stato cacciato via) si ritrova a dover andare da solo. Lo sconforto è tanto da far pagare al protagonista cinquecento dollari per la compagnia di Cookie, una prostituta di colore, che dovrà passare con lui una giornata intera ed accompagnarlo durante il viaggio. Ai due si aggiungeranno il figlio di Harry di nove anni, rapito all’uscita da scuola, ed un amico, Richard (Bob Balaban) incontrato per caso dal cardiologo.
Harry ha il cosiddetto blocco dello scrittore (a pensarci bene il suo cognome è proprio Block, e non crediate sia un caso) e ciò lo rende isterico e paranoico. Lui riversa sulle sue pagine elementi della propria vita ed uno smarrimento letterario non può non portare ad una perdita di senso esistenziale. Per sua stessa ammissione il protagonista è “un tizio che non sa funzionare bene nella vita ma funziona bene nell’arte”. E questo si riscontra nel migliore dei modi nel finale che propone una carrellata di tutti i personaggi da lui inventati e che vivono nei suoi romanzi e racconti che lo festeggiano (e che sembrano essere gli unici a poterlo fare). In questo finale felliniano (tra l’altro il Woody-Harry del film ed il Mastroianni-Guido di 8 1\2 attraversano la stessa crisi creativa) si ha un ritorno alla fiducia in se stesso del protagonista: i suoi personaggi, che rappresentano ognuno una parte più o meno significativa di sé, sono lì, a festeggiarlo perché non possono fare a meno di lui, come lui non riesce a fare a meno di loro.
Harry a pezzi (titolo originale Deconstructing Harry) può essere facilmente interpretato come il racconto onirico di una realtà, della vita reale del protagonista, un erotomane e sessuomane convinto che un erotismo randagio e fugace, senza sentimento alcuno, sia la risposta ad ogni problema emozionale ed esistenziale (è incredibile quante volte si riesca ad utilizzare la parola “pompino” in un film!). Egli racconta storie che parlano di sesso, con prostitute, ammiratrici, pazienti della moglie psichiatra o giovani donne incontrate per caso, alla fermata dell’autobus magari. Ma lo fa con sarcasmo ed ironia (la scena iniziale del film, subito dopo i titoli di testa, vede una scena di sesso adulterino consumato davanti agli occhi di una nonna ingenua e, fortunatamente, cieca).
Un sogno ad occhi aperti accompagna Harry in mondi diversi, attraverso le situazioni più disparate che coinvolgono ex furiose che minacciano di sparargli su un tetto, psichiatre folli ed isteriche che fanno scoppiare in lacrime pazienti gridando fragorosamente, prostitute di varie nazionalità ed incontri con la morte che bussa alla nostra porta.
Ed il sogno sembra non finire mai, purtroppo o per fortuna.
L’atmosfera surreale di un film sopra le righe come questo è resa possibile da un tipo di fotografia particolare e dai colori molto forti (in una sequenza Harry e Fay ballano un lento avvolti da una luce rossa molto intensa), curata da Carlo Di Palma, e da un montaggio impulsivo (Susan Morse) carico di jump cuts e stacchi amari e duri che interrompono un discorso proprio sul più bello, come se il regista (Woody Allen) non volesse farci ascoltare qualcosa di non necessario. E proprio il tipo di montaggio e lo stile registico immediato e diretto di Allen propongono in maniera esilarante un intercalarsi nell’onirica vicenda di Harry fino ad accompagnarlo nel suo viaggio in ascensore alla scoperta di un inferno piuttosto accogliente (c’è addirittura l’aria condizionata) dove non sarebbe male per lui vivere.
Il cast artistico è formato da ottimi professionisti che recitano in maniera esponenziale accanto ad un Woody ironico e geniale. Tra i protagonisti è impossibile restare indifferenti alla brillante interpretazione di Judy Davis (nel film è Lucy, la sorella di una delle mogli di Harry, con cui lui ha una relazione); alla partecipazione di Robin Williams (l’attore perennemente fuori fuoco); alla recitazione isterica di Kristie Alley (nel ruolo di Joan) ed a quella più controllata ma egualmente di impatto di Elisabeth Shue (nei panni di Fay, una giovane e bella ammiratrice dapprima innamorata ma che lo lascerà per sposare Larry, interpretato da Billy Cristal).
regia: Woody Allen, 1997
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